Miagolato il 13 April 2012 - 2:49

E’ un brutto periodo.

Lo so.

Non ci posso fare nulla.

Lo so e basta.

Mi sento defraudata del mio passato, di una memoria storica che io non ho, dei limiti nei ricordi che mi alienano, mi fanno paura. Temo di non poter ricordare tutto il mio passato e non solo il mio. Ho tentato di ricostruire le mie radici, l’ho fatto una sera con mia madre ma ho perso il foglio dove ho scritto tutto. E mi maledico per questo. Certe cose io non le so e non ci posso arrivare più. E mi fa incazzare. Sento il limite e non mi piace. Come posso fare? Io ho dei ricordi, quelli si, ce li ho, ma sono limitati nel tempo. Odio il tempo. Voglio risalire alle mie origini, ne sento il bisogno ma non ho più nessuno per farlo. Che rabbia…

Ho avuto una nonna importante, nonna Santina, santa di nome e di fatto, maestra di matematica, donna forte ma dolce, remissiva ma non troppo, dedita alla vita degli altri ma attenta a non oltrepassare mai i limiti. Come ho detto, maestra di matematica. Mi raccontava che la mattina si alzava alle 5 e, con il calesse (!) andava nei paesi vicini ad insegnare la matematica ai bambini dei contadini… ha sposato mio nonno in seconde nozze perchè era vedovo. Un nonno autoritario, distante da tutti e da tutto, direttore di banca che all’epoca significava molto perchè, in una realtà paesana, dava o non dava la possibilità alla gente di vivere o meno.  Erano molto diversi. Lei era fantastica, lui un pò meno. Lo chiamavano il “reuccio”, appellativo certamente non grazioso. Lei era bella, dolce, forte e cucinava bene, tanto bene. Mi ricordo che mi preparava il latte fritto, ricetta oramai persa nel tempo e poi il pane bagnato con lo zucchero, la marmellata di mele cotogne fatta dal lei, le uova fresche con il buco da bere ogni giorno, il cucchiaio di vino rosso perché faceva buon sangue, il cervello fritto (oddio) obbligatorio una volta a settimana, le seadas con il miele perché rendeva l’animo più dolce, la carne panata con le patatine fritte perché mi piacevano da matti… tutto questo mi allietava la vita nei pomeriggi e nelle sere  quando andavo a casa sua per studiare la matematica, materia a me decisamente ostica. E me la ricordo bene, mia nonna Santina, santa di nome e di fatto. Riusciva, non so come, a comprendere sempre gli altri, riusciva a trovare un significato plausibile a tutto ciò che accadeva intorno a lei. Eppure la vita non era stata troppo gentile con lei…

Mi ricordo che ogni giorno, al ritorno da scuola, andavo da lei a mangiare poichè i miei genitori non erano mai a casa e lei, dopo avermi cucinato cose meravigliose, non so nemmeno come, riusciva a farmi fare i compiti subito, senza pausa, e io non sentivo la fatica. Mi diceva sempre “che bestia che sei in matematica, ma non preoccuparti, non è così importante per la vita”… Avera ragione… a tutt’oggi io e la matematica siamo due cose ben distinte ma io vivo bene ugualmente!!!

Ricordo che mio nonno era il presidente della Lion’s Club e mia nonna, certe sere, si metteva in ghingheri e andava alle cene e io la guardavo esterrefatta, incantata… era tutta luccicante, come dicevo io all’epoca, e pensavo fosse una fata e la guardavo estasiata…

Nei pomeriggi insieme, quando nella cattedrale di Orvieto c’era un matrimonio, lei mi portva sempre a conoscere la sposa perchè io adoravo le spose e dovevo toccare i vestiti. Ricordo una volta in cui, vedendo una sposa uscire dalla chiesa, ho costretto mia nonna a chiederle di portare il velo e poi, talmente emozionata per quel ruolo, le ho rotto con le dita tutto il velo…

Era bella, mia nonna Santina, aveva classe da vendere, sempre elegante, una signora in ogni situazione. Adorava me e mio fratello, figli di suo figlio, il maschio di casa, il medico, il chirurgo, il figlio intelligente e fortunato, il degno erede di cotanto cognome che porto, erede di una dinastia di artisti famosi e gente altolocata, anche se io me ne frego altamente. Lei aveva due figli, mio padre e mia zia. La zia era innanzitutto femmina e anche poco intelligente. La femmina, a quel tempo, era di secondaria importanza. Il maschio era tutto. E in questo clima poco idilliaco sono cresciuti mio padre e sua sorella. Mio padre, da Orvieto, si è trasferito a Roma per studiare, si è laureato con il massimo dei voti in medicina e ha trovato subito lavoro, mia zia ha tergiversato a lungo e poi ha trovato un marito altamente impelagato nella politica di allora, un socialista craxiano, che le ha fatto avere, se posso dirlo, una bella laurea in farmacia. Ma, malgrado tutto ciò, mio padre era mio padre ed era maschio. Il resto non contava più di tanto. Poi siamo arrivati noi, io e mio fratello, belli, biondissimi, figli del figlio maschio e la vita di mia nonna Santina riprendeva senso, dopo l’abbandono dei suoi figli dalla casa paterna. Mia zia, nel frattempo, si era sposata e aveva messo al mondo due figlie, ma, agli occhi di mia nonna, non erano alla nostra altezza… E tutto ciò ha portato ad una grossa rottura tra la mia famiglia e quella di mia zia, o meglio, tra mio padre e sua sorella, con tutte le conseguenze del caso.

Mia nonna Santina ha adorato mia madre, raro caso in cui la classica diatriba tra suocera e nuora decisamente non esisteva. Erano in simbiosi, una donna intelligente con un’altra donna altrettanto tale. Ho dei ricordi bellissimi di loro due e ancora oggi mi porto dentro delle sensazioni bellissime, ricordi teneri e allegri, risate che ancora riecheggiano nell’anima…

Mio padre era un uomo difficile, uomo di grande intelletto, un grande medico, una persona seria, affabile ma al tempo stesso rigido, però sempre con un lato comico, ironico. Mi ricordo che si divertiva a fare tanti scherzi, scherzi che ho poi ritrovato nei film di Ugo Tognazzi. Medico con la “emme” maiuscola. amava il suo lavoro, la sua missione, come la chiamava lui. Erano gli anni ‘70  e il boom di suddetta categoria  era all’apice, ma mio padre non aveva intenzione di fare carriera. Gli avevano offerto un incarico importante, aiuto del Primario di chirurgia generale nell’ospedale San Giacomo di Roma e lui aveva rifiutato. Preferiva lavorare al Pronto Soccorso la notte. Gli piaceva salvare la vita della gente e basta. Mi ricordo un racconto fattomi da lui in cui, una sera era arrivato un personaggio famoso, poi identificato come Helmut Berger, che aveva tentato il suicidio (ironia della sorte) presentandosi al Pronto Soccorso con un coltello piantato nel ventre e che lui lo aveva salvato, o il giocatore Re Cecconi, arrivato al Pronto Soccorso con una pallottola nel ventre e che lui, ahimé, non era riuscito a salvarlo e se dannava l’anima… Diagnosticava malattie al solo guardare negli occhi della gente e non gliene fregava nulla di tutte le varie carriere che gli roteavano intorno. Mia nonna Santina era fiera di lui, per lei, lui incarnava l’essenza della sua vita ed era ergogliosa del figlio che aveva partorito.

All’epoca, mio padre aveva già noi e mia madre. Mia madre premeva per fargli fare carriera ma lui se ne fregava altamente. Mi madre, sempre all’epoca, lavorava molto e guadagnava altrettanto, anche oltre mio padre e da lì, la situazione ha cominciato a degenerare. Metriche strane in cui non voglio entrare più. Non riuscivano più ad andare d’accordo. Mi ricordo litigi inutili, esasperati, esagerati, paradossali, oltremodo eccessivi. Di lì a poco, inevitabile, la separazione. Mia nonna Santina era atterrita, triste, non riusciva a farsene una ragione. Piangeva, dimagriva a vista d’occhio, non era più la stessa nonna di prima. Il silenzio regnava con lei e in lei. Si era creata un mondo tutto suo, fatto di silenzi esasperanti che anche io riuscivo a cogliere, benché all’epoca ancora 12enne. Mia nonna Santina era cambiata, il suo eterno sorriso alla vita non c’era più, dimenticava tutto, sembrava non essere più attaccata a nulla. Non era più la mia nonna e non riuscivo a capirne la ragione ma ricordo una sofferenza fisica ed espressiva che non mi toglierò più dalla mente e dal cuore. Lei sapeva, oggi lo so, che stava per arrivare un giro di boa. Ed infatti così è stato.

Una volta separati, mio padre ha obbligato sua madre a non rivolgere più la parola alla mia, vuoi per gelosia, vuoi per limiti, vuoi per fragilità e lei si è congedata da mia madre dicendole che le voleva bene, che gliene avrebbe sempre voluto tanto e che le dispiaceva troppo ma che non poteva sottrarsi al  volere di suo figlio e che non avrebbe potuto più parlarle. Erano sempre gli anni ‘70…

Mi nonna Santina era una donna semplice ma sempre speciale, una donna con gli attributi, donna che è sopravvissuta alle angherie di un marito freddo e distaccato, che l’ha trattata sempre con sufficienza, è sopravissuta alla morte di suo marito, al suicidio del suo figlio preferito. Una donna vera, insomma. di quelle che non se ne trovano in giro.

Lei è morta dopo suo marito e suo figlio, attaccandosi ai suoi ricordi, al suo forte credo in dio, alla sua semplicità , al suo profondo senso della vita, all’amore che ha dimostrato nei confronti di tutti, andando anche, alle volte, contro corrente, ma mantenendo sempre la sua personalità, assecondando stupidi sentimenti, vivendo la vita con estrema umiltà e non dimenticando mai di esternare l’affetto per i suoi cari, anche in situazioni estreme.

Dico solo che mia madre, deceduta a giungo scorso, portava ancora la vestaglia che mia nonna Santina le aveva regalato, sempre negli anni ‘70.

Tutto ciò ha un senso. Lo deve avere.

Cara nonna Santina, sei e sarai per sempre la mia nonna preferita e mai come in questo periodo vorrei averti vicina.

Ti voglio e ti vorrò sempre un gran bene. e spero, anche se mi trovo, mio malgrado, ad essere completamente atea, che tu possa esserti ritrovata con mia madre e che da chissà quale parte, voi possiate esservi ritrovate anche nell’affetto che avete sempre provato reciprocamente l’una nei confronti dell’altra.

Vi immagino, e voglio proprio farlo, a ridere e scherzare come un tempo. Tempo che io ho vissuto con voi.

Grazie nonna mia, abbi cura della mia  mamma.

Sempre e per sempre.

Tua nipote.

Miagolato il 2 March 2012 - 3:00

Serata strana.
Mi sento strana.
Oddio, mi ci sento spesso, ma stasera un pò di più.
Stasera un altro un pezzo in più della mia vita mi ha lasciata.
Vita di adolescente, ovviamente innamorata della musica, vivendo i primi approcci con ciò che è da sempre considerata  la liaison tra il romanticismo e la vita di tutti i giorni. Tra tutti, ce n’era uno in particolare. Cantava bene, mi piaceva, le sue parole si miscelavano con i miei sentimenti di ragazzina, con le prime cotte, i primi dolori e le prime rinascite, il senso di giustizia e l’amore per la vita attraverso il dolore, anche fisico, a volte. Spaziava alla grande, riuscendo a trasmettere il senso delle cose vere, senza fronzoli, senza giri di parole, con una schiettezza quasi disarmante, cruda alle volte, ma sempre inseguendo la poesia.

Ed era questa poesia che mi trascinava nei meandri della mente, del cuore, dell’anima.

Mi viene in mente la passione che provavo ogni volta che ascoltavo le sue parole, parole con un sottofondo musicale, bello davvero, ma erano le parole che mi arrivavano al cuore.

La passione mi ha portato per anni a “lavorare per lui”. Qui a Roma, a Piazza Mancini, c’era il Teatro Tenda a Strisce e per tanti anni i suoi concerti erano lì, solo lì ed io, pur di stare a contatto con lui, pur di sentirlo cantare, pur di vederlo, facevo il servizio d’ordine. E cercavo sempre di stare sotto al palco, perchè tutto quello che desideravo era lì, a portata di mano.

Poi sono cresciuta e lui ha continuato a far parte di me, della mia crescita, sempre parallelamente alle mie esperienze c’erano le sue parole, parole che mi infondevano a volte fiducia ma anche tristezza e mi riportavano comunque e sempre alla realtà.

La schiettezza lo ha sempre contraddistinto.

La poesia era la sua anima e sapientemente riusciva a trasmetterla in maniera profonda, vera, drammatica, folle e divertente.

E la mia vita è andata avanti sempre parallelamente alle sue parole, alla poesia che riusciva, magicamente e inesorabilmente, a trasmettere, sempre.

Mi ricordo parole che mi atterrivano, che mi atterriscono ancora oggi, sogni ad occhi aperti sulla vita, su figli futuri, su persone normali che decidono che, malgrado tutto, la vita è bella, donne che hanno abbassato gli occhi e si sono lasciate andare, l’amore che si muove dal cuore e che esce dalle mani e cammina sotto i piedi, a dichiarazioni d’amore senza limiti, all’amore provato su una terrazza sul golfo di Sorrento, a una città che si muove per vedere una luna che sta per cadere, ad un bell’uomo che veniva dal mare e che sapeva amare, al far capire quanto non sia facile uscire da un passato che ha lavato l’anima, fino a quasi renderla un pò sdrucita…

…e mille e altre mille parole regalate, poesia pura, vita vera, vita.

E io ci credo alla vita, anche grazie a lui.

Oggi sono qui, con un computer in mano, scrivo i miei pensieri e guardo incredula la notizia, la triste notizia e non ci voglio credere perchè non mi va di farlo, perchè lui è parte della mia vita e da oggi mi sentirò ancora più sola senza di lui.

Devo ringraziarlo profondamente per tutto quello che, personalmente mi ha dato.

Grazie Lucio, grazie di cuore per tutto e sappi che sono profondamente addolorata, triste e sconcertata.

La vita vola via in un soffio e il sorriso non deve mai mancare.

Ancora una volta, mi hai insegnato qualcosa

Il mio cammino è davanti a me e io camminerò sempre per la mia strada, ma mi mancherai veramente tanto.

Ora “chiudi gli occhi e riposa” anche tu…

“Sempre e per sempre…”, come ha detto il tuo amico fraterno.

Grazie ancora di tutto e per tutto.

Miagolato il 1 March 2012 - 3:19
Dolore, Parole, Pensieri by Miciastra

Mi rimbalzano e rimbombano nella mente e giù poi direttamente nel cuore, le parole della canzone di Arisa, cantante che non ho mai preso in considerazione in tutta la mia vita…

“Non basta un raggio di sole in un cielo blu come il mare
perché mi porto un dolore che sale che sale
Si ferma sulle ginocchia che tremano e so perchè
E non arresta la corsa lui non si vuole fermare
perché è un dolore che sale che sale e fa male
Ora è allo stomaco fegato vomito fingo ma c’è
E quando arriva la notte e resto sola con me
La testa parte e va in giro in cerca dei suoi perchè
Né vincitori né vinti si esce sconfitti a metà
La vita può allontanarci l’amore continuerà
Lo stomaco ha resistito anche se non vuol mangiare
Ma c’è il dolore che sale che sa e e fa male
Arriva al cuore lo vuole picchiare più forte di me
Prosegue nella sua corsa si prende quello che resta
Ed in un attimo esplode e mi scoppia la testa
Vorrebbe una risposta ma in fondo risposta non c’è
E sale e accende gli occhi il sole adesso dov’è
Mentre il dolore sul foglio è seduto qui accanto a me
Che le parole nell’aria sono parole a metà
Ma queste sono già scritte e il tempo non passerà
Ma quando arriva la notte e resto sola con me
La testa parte e va in giro in cerca dei suoi perchè
Né vincitori né vinti si esce sconfitti a metà
La vita può allontanarci l’amore continuerà

E quando arriva la notte e resto sola con me
La testa parte e va in giro in cerca dei suoi perchè
Né vincitori né vinti si esce sconfitti a metà
L’amore può allontanarci la vita poi continuerà
Continuerà
Continuerà”

Miagolato il 8 February 2012 - 3:09

…e la voce lo dice quasi scandendo le parole. Parole terribile che mi suonano assurde.
Come inesistente? Come può essere inesistente? Cosa è inesistente? Chi è inesistente? Il proprietario del numero è inesistente. Cosa significa inesistente? Non esiste? Non esiste?!?! Ma come non esiste? Come può non esistere?

Esistere.

Ecco il punto. All’improvviso qualcosa non esiste più. Qualcuno non esiste più, e insieme a questo qualcuno, tante altre vite sembrano svanire nel nulla, un nulla surreale, impercettibile ma doloroso e profondo, che graffia nell’intimo, nel cuore, nell’anima, che ti rende la vita in bianco e nero, un bianco e nero orrendo, non di quelli che rievocano un passato armonioso, forse un pò anche storico e quindi anche altrettanto  romantico di quando guardi delle foto sbiadite di tempi oramai passati e ti viene anche forse da sorridere

Niente di tutto questo.

E’ bianco e nero, dove il bianco è solo bianco e il nero è mestamente solo tale. E come tale porta allo sconforto più puro. Un nero scuro, fatto di pigmenti impercettibili ma altrettanto nitidi, che rievoca notti insonni passate nel dolore, nella disperazione nell’assistere alla sofferenza umana più pura , totalmente inermi, troppo impotenti, troppo umani e al tempo stesso, chiedendo di non essere tali, al dolore, al pianto, al sentirsi miseri di fronte a tutto questo, dove il concetto di vita è una chimera e chi lo prova sa bene che non potrà più perseguirla.

E saper tutto questo, l’essere coscienti di non poter vedere l’alba del giorno dopo, capire che gli sguardi di chi ti vuole bene finiranno a breve, forse in un soffio o forse in tante ore, ma sapere che finiranno comunque e guardare chi ti ama e chi ami per l’ultima volta, è una condanna, una sofferenza, un dolore indescrivibile. E’ una cronaca di una morte annunciata, con la  consapevolezza di ciò che sta succedendo, anche se gli atteggiamenti, gli sguardi, le parole dette son così distanti da tutto questo, quasi a sublimare, a scansare quello che si sa che avverrà.

Avverrà. Lo sappiamo tutti quanti, lo sa anche chi sta per andare via, con un dolore immenso, maggiore di chi assiste a tutto ciò, ma non è facile accettarlo da ambedue le parti.

E ci si rigira in atteggiamenti finti, o meglio, di umile difesa umana, cercando di non pensare, di preferire il famoso detto di vivere la vita in ogni istante e rendersi veramente conto di cosa significhi per la prima volta e capire che non è facile nemmeno questo. Non è possibile farlo nella normalità, figuriamoci in certe situazioni.

Vedere chi ami chiederti di ucciderti, con umiltà, con freddezza, con dolore, con la voglia di finirla lì, perché la mente non riesce a sopravvivere al dolore fisico e piangere di rabbia e di debolezza perché non si trova il coraggio di dare aiuto, lottando con una moralità innescata troppo tempo prima e la voglia di far finire questa sofferenza che devasta l’anima.

Cosa fare? Come reagire? Dove trovare le forze? Come sopravvivere?

Non lo so. Io non lo so veramente e non ho risposte a tutto ciò.

So solamente che oggi, a distanza di sette mesi, io sono devastata da un  profondo dolore, dal ricordo di quegli ultimi giorni in cui ho, abbiamo affrontato tutto questo, dal sapore amaro della morte, dagli sguardi d’intesa che mi aprivano un mondo amaro e di dolore estremo e che mi mettevano costantemente a confronto con la vita e con la morte, che io temo e di cui ho paura, con le sue richieste di aiuto per cose che nella normalità ci sembrerebbero banali, col pianto, quasi bambinesco per stupidaggini, dal soffiare il naso a l’essersi fatti tutto addosso e per questo sentirsi in estrema difficoltà, umiliati nel profondo di se stessi,  nel chiamarmi “mamma” in momenti di estremo disagio fisico e mentale. al chiedere di lavare i denti con quel determinato dentifricio, alla minestrina di semolino o alla pastina in brodo per farla mangiare proprio per farla sentire normale, noncurante della flebo che aveva costantemente in vena, al cambiarle la camicia da notte tutte le sere, al pettinarla ogni mattina e sera, al metterle la crema per il viso e per il corpo massaggiandole le gambe oramai meste, al farle vedere i suoi programmi preferiti, a cercare dei ricordi ormai lontani per farglieli sentire in qualche modo vicini  … e cosi via, senza tregua, senza limiti, con la sofferenza fisica e morale di chi non riesce più a fare da se e io lì, sempre lì a cercare di non farle provare il disagio di tutto questo, rassicurandola in ogni istante, ogni momento, ogni minuto, ogni secondo di vita…

Continuo a comporre il cellulare di mia madre e la voce mi dice sempre la stessa cosa:

“…il numero selezionato  è inesistente”…

Lei non esiste più, non c’è più…

Lei non è  più qui con me e io mi sento morire anche se so bene che io vivo e sono qui.

Solo questo.

Miagolato il 17 December 2010 - 2:55
Mood, Pensieri by Miciastra

Ci sono momenti in cui vorrei proprio fare rewind.
Ma non perchè il mio vivere non mi sia piaciuto non mi piaccia, in fondo la vita va sempre vissuta e malgrado i momenti tremendi, c’è sempre e comunque un qualcosa che ti fa sentire bene o viva, solo per avere la possibilità di ritornare a punti, bivi, sensazioni, scelte e sbagli che non ritorneranno.
Alle volte mi ritrovo a tu per tu con dei dejà vu che mal si collocano nel momento che sto vivendo e che mi fanno male. Mi rammarico delle mie reazioni avute, di quello che ho fatto e detto, o non fatto e non detto.

Mi sento spesso in una specie di oblio, vivo la vita perché ce l’ho, ma spesso vedo un’altra me che mi guarda silente, ma che sa perfettamente che sto barando, che mi annullo, che mi lascio andare agli eventi, che ascolto senza sentire, che guardo senza vedere.

Come spiegare questa parte di me? Non lo so, ma percepisco una “presenza” costante, pesante, giudicatrice e silenziosa a cui non sfugge niente e dalla quale non riesco assolutamente a nascondermi.

Ecco. Ho detto bene. Mi nascondo da tutto, ma soprattutto da me stessa.

Difficile esprimere questa sensazione. Come posso farlo? Come posso fare per vedere su questo schermo le parole che derivano dai miei pensieri?

Sono tanti, troppi i pensieri che aleggiano in questa testa che io reputo perduta ormai e non me ne faccio una ragione.

Avevo dei sogni, tutti li abbiamo. Credevo di essere invincibile, e chi non lo ha mai creduto?  Pensavo di essere più forte degli altri in amore, nei sogni, nella vita, nella piccola realtà quotidiana, nei rapporti umani.

Ho sempre pensato di avere una carta in più rispetto agli altri e oggi mi ritrovo a scontare questo volo pindarico con il mio buio interiore, provando una paura per tutto ciò che mi circonda e che mi devasta, pregiudicandomi anche i rapporti con gli altri.

Non mi piacciono i miei limiti, non ho mai calcolato di averne e oggi mi sento spaesata, troppo fragile, nuda.

Mi faccio forza, mi dico tante cazzate, mi illudo continuamente, cerco di andare oltre, ma il cuore, la mia pancia mi riportano crudelmente sulla terra ferma.

Vorrei, alle volte, fare rewind. Vorrei darmi la possibilità di fare scelte diverse da quelle che ho fatto. Mi piacerebbe tanto vivere il famoso senno di poi…

Ma so che non è possibile e così lascio che gli eventi accadano senza reagire più di tanto, o meglio, senza avere la capacità di poter reagire. Non la sento più dentro di me e non ne capisco il  perché.

Come mai tutto questo? Proprio non lo so e mentre tutto il mondo attorno a me continua a definirmi un leone, una vincitrice, una che sa quello che vuole e che si vive la propria vita intensamente, la mia pancia si contorce sempre di più e il mio petto mi manda impulsi inversamente proporzionali a tutto ciò.

Il risultato è devastante.

Rewind. Come faccio? Ho bisogno di pensarmi felice, forte, coraggiosa, vulcanica e soprattutto serena.

E se quella volta avessi preso quel bivio anziché quell’altro, cosa sarebbe successo? Oggi sarei la stessa persona? Forse no, ma anche si. Che ne so?

So solo e che non mi sento bene e che spesso mi do fastidio da sola.

E non è una gran bella sensazione.

Rewind. Esiste veramente questo tasto?

La speranza è che ci sia veramente da qualche parte..

Forse è solo questo pensiero che non mi fa desistere dal mollare completamente la presa.

Forse.

Ma non ne sono sicura.

Miagolato il 14 November 2010 - 0:22
Dolore, Paura by miciastra

ASL, CUP, CAD, TAC, RMN, RMC.
Sigle su sigle.
Sto vivendo di queste sigle che, fino a qualche anno fa, non ne conoscevo l’esistenza.
E quando entri in contatto con loro, significa che ti trovi in un mondo parallelo, fatto di sofferenze, dedali inesplorati in cui non trovi mai l’uscita, anche se la cerchi affannosamente.

Ed eccomi qui, a convivere con con una vita che non vorrei, con giganti cattivi che mi guardano i cagnesco e mi sfidano di continuo.

Eppure queste sigle rappresentano la “salvezza” per certe persone…

ASL – Azienda Sanitaria Locale
CUP – Centro Unico Prenotazioni
CAD – Centro Assistenza Domiciliare
TAC – Tomografia Assiale Computerizzata
RMN – Risonanza Magnetica Nucleare
RMC – Risonanza Magnetica con Contrasto

Sigle importanti, per molti, assolutamente vitale.

Ecco la mia vita da qualche tempo a questa parte. E mi muovo come un bambino in un mondo inesplorato ma con la saggezza di un vecchio che sa tutto quello che lo aspetta, anche se è consapevole che non si sentirà mai pronto a quello che la vita gli presenterà.

Vedo mia madre morire, giorno dopo giorno, con la consapevolezza che arriverà quel momento e che, ne io ne lei, ne saremo mai pronte.

E’ una donna forte lei, l’ha sempre dimostrato in tutta la sua vita ed ora, paradossalmente, lo è ancora di più. La sua consapevolezza della morte mi annienta, mi sento piccola, sono figlia e non voglio smettere di esserlo. Mi sento ancora  dipendente da lei, malgrado i miei 46 anni e non posso immaginare un mondo senza mia madre. So che mi sentirò persa ed avrò paura.

Ma tanta paura.

In questo momento sono io il cardine di questa situazione. Sono donna e devo occuparmi di un’altra donna che sta male. Non ci sono fratelli, compagni, amiche. Ci sono solo io e mi trovo a gestire un disagio fisico, fatto di pannoloni e pianti, di consapevolezza di quello che avverrà, tranquillizzando stupidamente un compagno di vita di oltre 40 anni, un fratello incapace di affrontare la situazione, un nipote 15enne che la ama profondamente e al quale dovrò rendere conto.

Ecco. Mi trovo nel bel mezzo di sigle strambe, dolore, ansie, paure e devo trovare la forza di gestire tutto questo.

Lo faccio, lo farò, ci sono, ci sarò, trovo la forza e dovrò trovarla anche per dopo ma ho dovuto mettere il mio cuore da qualche parte, sto cercando di renderlo immune alla difficoltà oggettiva attuale. L’ho spugnato, sto cercando di proteggerlo dal dolore, creando una sorta di muro tutt’intorno, agendo in maniera totalmente normale, vivendo la vita di tutti i giorni, ma io so che non è così.

Sigle.

Mi ritrovo a sperare nelle sigle. spero nella loro bontà.

Lunedì ci sarà una TAC e poi un RMN e poi chissà…

Eh già, chissà…

che dolore grande al cuore…

Come mi sento piccola ed inutile…

Il senso di inutilità ed impotenza è tremendo.

Miagolato il 16 September 2010 - 8:30
Riflessioni by Miciastra

Perché non ascolto più  musica?
Vivevo di musica.
Perché non riesco più a leggere?
Amavo tuffarmi nei libri.
Perché non ho inseguito i miei sogni?
Pensavo di poter far tutto nella vita.
Perché mi sono lasciata andare?
Pensavo di essere più forte.
Perché mi sento addosso un grande senso di fallimento?

Questa è una bella domanda.

Miagolato il 14 September 2010 - 13:30

Come cambia la vita in 17 anni…

Quel giorno ero in tutt’altra faccenda affaccendata… e oggi mi guardo indietro è mi sembra impossibile che le cose accadute quel giorno, ora non esistano più.

Miagolato il 9 September 2010 - 14:22
Dolore by Miciastra

Parola interminabile per indicare un tumore celebrale maligno del sistema nervoso centrale. E’ più frequente nell’infanzia,  e il picco d’incidenza si verifica nei bambini di età tra i 2 e i 7 anni.
Ed è lui che ha portato via Edoardo in un mese e mezzo a poco meno di tre anni di vita.
Un mese e mezzo che ha cambiato la vita a tutti, lasciandoci nel dolore.

Miagolato il 25 July 2010 - 2:02
Amici, Pensieri by Miciastra

Scrivo tanto per scrivere un pò. O forse perchè mi va, ma anche no.

Bella ’sta definizione che ultimamente va così di moda – “ma anche no”.

Mi piacerebbe usarla veramente e per veramente intendo per cose riguardevoli e non superficiali.
“Ma anche no”.

Accipicchia che bella frase che è!
Pensa in quante occasioni non stupide si potrebbe usare… “Ma anche no! Ma anche no, cazzo santo!!!!”
E invece viene usata per stronzate.
Che liberazione poter dire – ma anche no. Un giorno un mio caro amico mi disse – posso sempre non partecipare…
Verissimo.
Penso a mille cose. Penso ad una persona che credevo amica e che, per debolezza, ha infangato questa amicizia, dicendo una marea di cazzate alla sua donna che aveva descritto come una psicopatica, maniaco-compulsiva e con gelosia portata all’eccesso. Penso alle cose che le ha detto per motivi che ad oggi ancora non capisco, facendole credere  cose inesistenti, mettendomi anche in cattiva luce, quando io, altro non avevo fatto che offrirgli la mia amicizia più pura. Sono passata per una specie di troione che faceva piaceri solo in cambio di prestazoni sessuali. Ho subito messaggi e telefonate minatorie da parte di una donna che, ferita nel proprio essere, non ha fatto altro che difendere, sebbene in maniera eccessiva, la propria vita. E questa persona che reputavo amica e alla quale ho dato, lo giuro, solo ed esclusivamente il mio appoggio psico-fisico, in cui l’aspetto fisico è sempre stato un mero [se così vogliamo definirlo] aiuto materiale, perchè capivo il momento di difficoltà oggettivo in cui si trovava. Non ho capito cosa mi stava creando, il disagio in cui mi stava mettendo, la figura meschina che mi stava facendo fare. All’inizio ho lottato, ho cercato di far comprendere la mia trasparenza , la mia purezza d’animo ma sono stata fagocitata da maldicenze e falsità che non mi appartenevano. Ho cercato di chiarire la cosa, di far riflettere l’uno e l’altra ma poi, ad  un certo punto ho capito che colui che reputavo un amico, forse per sopravvivere o forse per altri motivi ancora più profondi che io non ho potuto/voluto comprendere, è passato sopra la mia dignità di essere umano,  con menzogne e meschinità che ancora oggi non riesco a capire.

Ma ad un certo punto mi son detta “ma anche no”.

Anche no, davvero. Sono una donna complicata, con mille problemi esistenziali, comportamentali ma sono una persona pulita nell’animo e ho detto no.

Appunto, ma anche no.

Faccio a meno di questa amicizia che forse non lo era veramente ma non da parte mia. Sono stata insultata, infamata, minacciata rispetto a un qualcosa di inesistente, completamente infondato, offensivo, inutile e soprattutto superfluo.

Ok, ma anche no – mi son detta ad un certo punto. E questo pensiero mi ha fatto desistere. Non posso lottare contro i mulini a vento, l’ha fatto già qualcuno al posto mio.

Peccato, però. Io odio gli sprechi, ma io mi devo del rispetto.

E  lo stesso rispetto m ifa continuare a dire -” ma anche no”.

in fondo, non sono obbligata a patecipare.

Tutto ha sempre e comunque un prezzo.

Ma, di fronte all’ingiustizia, io dico “ma anche no”.