Oramai scrivo solo cose estremamente legate al dolore e sofferenza, tanto che mi dò fastidio da sola nello scriverle e nel rileggerle. Ma è ciò che mi capita in questo periodo così, diciamo, particolare. Passerà, mi dico, deve passare prima o poi, no?
Giovedì sono stata operata all’ascella destra per una idrosadenite, causata da deodoranti, epilazioni varie, insomma non so bene, tanto non serve saperlo perchè m’è venuta lo stesso.
Era da un pò che mi portavo questo problemino e lunedì mattina, mentre andavo ad Arezzo, ho telefonato al mio amico chirurgo che già mi ha operato in precedenza, gli ho descritto la situazione e lui ha subito programmato l’intervento per giovedì, con ecografia e visita il giorno precedente.
Mercoledì sono andata a fare l’ecografia e, appurato che non si trattava di altro, mi ha confermato l’operazione.
Dunque, io sono una persona risoluta, quando decido, ho deciso e non amo perdere tempo ed affronto la situazione che mi si presenta davanti, preferibilmente da sola.
E così è stato.
Alle 10.30 ero in clinica, ho fatto tutte le analisi di routine, tra cui la radiografia ai polmoni che è risultata nella norma e per una fumatrice come me è già qualcosa.
Mi dicono di indossare un camice e di togliere tutte le cose metalliche. Porcaputtana, io ho un vero e proprio arsenale addosso!!! “Anche il piercing all’ombelico?”, “Si, tutto”. Passo così i successivi trenta minuti, mettendo sul letto tutta l’argenteria e constatando, alla fine, che posso far concorrenza ad un venditore ambulante.
Alle 14.30 sono venuti a prendermi con il lettino, o lettiga, insomma un letto con le ruote, che fa tanto Grey’s anatomy.
Il letti-ino/ga era altissimo e l’infermiere mi ha messo una sedia per poter salire [ma non si alzano/abbassano idraulicamente?]
Gli ho chiesto: “Ma non posso venire giù a piedi? Mica sono moribonda! Riesco ancora a camminare!!!”, “ No, sai è la prassi, devo portarti giù così”.
Mi catapulto sul letto, lui mi mette le coperte, tira su le sponde laterali (io credo di saper stare su un letto senza cadere…) ed iniziamo il viaggio verso la sala operatoria, tra gli sguardi dei vari parenti in visita ai malati, infermieri & co.
Arrivati in sala pre-operatoria capisco perchè mi abbia messo le sponde laterali, non era per proteggermi da eventuali cadute ma per le centinaia di botte che ha preso nel trasportarmi!!! Ripensandoci, se dovesse accadere di nuovo, mi porterò anche il casco del motorino.
Lì trovo i miei due amici chirurghi che iniziano a prendermi in giro, come al solito e a descrivermi l’operazione, ingigantendo tutti i vari passaggi. Ho un buon rapporto con loro, solo che il momento non è dei migliori e non mi viene tanto da ridere…
L’anestesista mi fa le domande di routine e mi comunica che, di lì a poco, mi avrebbe fatto una pre-anestesia. E così è stato.
MERAVIGLIOSA!!! Una sensazione fantastica! Vedevo il mondo intorno a me tutto ovattato, i suoni erano lontani e le persone quasi irreali. Mi ricordo che mi hanno legato sul tavolo operatorio e messo il braccio sinistro a mò di Gesù in croce e poi il buio più completo.
Quando mi sono svegliata ero di nuovo nella sala pre-operatoia e poi mi hanno riportato in camera e fatto una flebo con toradol. Verso le 19 mi hanno dimesso.
Dunque, sto bene, ovviamente non muovo il braccio destro, ma tanto io sono mancina ed ho una cannula che furiesce dall’ascella, ecco questa mi fa un pò schifo.
Fino a mercoledì questa sarà la mia condizione e poi si vedrà. e quindi vedremo.
Questa mattina mi sento decisamente meglio di ieri, il “braccino offeso” si muove un pochino di più e non ho tanto dolore.
Che dire?!?! Che non ne posso più di vivere negli ospedali? Che mi sono proprio rotta di questa situazione generale? Che è dall’otto agosto che sono sotto pressione? Che vorrei un pò di pace? Si, decisamente, sarebbe cosa gradita.
Ma, questa mattina mi viene da ridere, mi sento un pò più serena, con un pizzico di fatalismo in più e anche se sta per piovere, vedo Roma più luminosa.
“Passerà”, mi dico. Si, passerà.
Avevi dodici anni quando ti ho incontrato per la prima volta. Eri vivace, energico, un pò matto. Eri carino da morire, già a dodici anni, con quegli occhi così maliziosi, con la verve tipica toscana, con la parlantina vivace e tenera.
Chicco, così ti chiamavamo tutti, ed eri proprio un chicco, una cosa piccola ma viva e tenera.
Sono passati gli anni e sei stato sempre anche sotto la mia ala. Tu eri tu, e bisognava prenderti per quello che eri, nel vero senso del termine. Vivace, estroverso, attaccabrighe, bisognoso di certezze, di essere idolatrato, sempre alla ricerca dell’applauso degli altri. Bravo nel tuo lavoro, eccezionale e virtuoso, caparbio ed insistente, egocentrico e timido.
Sempre alla ricerca di amori, di momenti particolari, di emozioni del momento, della bellezza, della vita.
Eri così, sempre vestito alla moda, sempre alla ricerca del particolare. ricordo quanto ti ho preso in giro per il cappellino e la felpa rosa di playboy…
Ieri mattina mi è arrivata una telefonata. “Ho una bruttissima notizia, Federico è morto”. “Come morto? Che significa?” “E’ morto, miciastra, è morto per un attacco fulminante di leucemia”.
Silenzio. Sgomento. Dolore.
Ecco quello che ho provato.”Ma come? Domenica era ad Olbia a giocare…”
Chiamo gli amici in comune. Chiamo Stefano. “Si è sentito male, non ha giocato e Daniele lo ha riportato ad Arezzo.
Aveva la febbre alta, stava davvero male. I medici dicevano che aveva la polmonite. Poi hanno detto che era leucemia, ma quella devastante, quella che non perdona”.
E non ha perdonato.
Mi mancherà quella felpa, mi mancherà quel sorriso spavaldo, mi mancherà la tua parlata, mi mancherà la tua ironia, mi mancherai tanto e per sempre.
Domani verrò ad Arezzo, al tuo funerale, sarò lì come tante altre persone ma sappi che non piangerò, non voglio farlo, ti guarderò e vedrò un campo da tennis e te che giochi, battagliero come sempre, allegro, vivace e vivo più che mai.
Mi spiace, Chicco, Fede, mi spiace tanto perchè non rivedrò più i tuoi occhi, la tua bella faccia e non ci racconteremo più tante cose. E’ finita. Finito tutto.
Morire a ventotto anni è veramente assurdo. E mi fa incazzare. E mi fa intristire. E mi fa veramente incazzare.
Ciao Chicco, ciao Fede, non ti dimenticherò mai e mentre ti dico tutto questo, una rabbia assurda mi avvolge e mi fa stare ancora più male.
Con oggi inizia la mia nuova vita, fatta di orari, di chilometri da fare ogni giorno, di visite mediche, di piatti da cucinare, di massaggi, di animi da tirar su, di sicurezze da trasmettere.
E’ incredibile come la vita possa cambiare repentinamente, come i colori diventino improvvisamente opachi e l’aria pesante.
Mi guardo intorno e mi sembra tutto così diverso, un pò ovattato ed un pò troppo nitido, niente di equilibrato.
Sono testimone unico di una comunicazione datami dal chirurgo che ha effettuato l’operazione a mia madre.
“Il cancro era al terzo stadio ed abbiamo trovato metastasi nei linfonodi (per la precisione 14 su 19 esaminati e tolti), e, purtroppo, non possiamo sapere se sono andati da altre parti. E’ certo che dovrà fare una terapia chemioterapica e radioterapica per almeno sei mesi, una volta a settimana e speriamo che si riesca a fare qualcosa. La statistica ci insegna che queste situazioni non portano a nulla di buono.”
Da qui, la mia fatidica domanda, quella che si sente nei film, quella che suona anche un pò retorica e cretina: ” Se tutto dovesse andare male, quanto tempo le resta?
E la conseguente triste e dura risposta:” Un anno”.
Quanto dura un anno? Cosa si può fare in un anno? Come posso farcela io, da sola, a farmene una ragione, a supportare ed accompagnare mia madre in questo dolore senza farle capire niente? Come posso “ingannare” una donna laureata in farmacia, che ha lavorato per quarant’anni in ospedale, sposata con un chirurgo e vissuta nel mondo medico? Come posso non far capire a mia madre quello che l’aspetta ed allo stesso contempo “giustificarle” tutte le cose che le accadono? Come ce la farò a vedere un’amazzone perdere le sue forze fisiche e mentali giorno per giorno e mantenere il sorriso sulle labbra, sminuendo le situazioni e trovando a tutto una spiegazione logica e lontana da effetti del cancro?
Io proprio non lo. Davvero non lo so. Non lo so, cazzo.
Oggi, dopo l’ufficio, sono andata da lei, le ho levato i cerotti sulla pancia, l’ho convinta a farsi una doccia, le ho lavato e pettinato i capelli, ho predisposto la cena e poi, in trenta minuti, sono andata dall’altra parte della città dal medico di base, per farmi fare tutte le ricette. Sono uscita di casa alle 8.00 e rientrata alle 20.15, poi la cena, se così la si può definire, poi ho dovuto stirare. Poi tutto il resto della mia vita, che è ben piena, credetemi.
In questo periodo ho avuto il tempo di riflettere a lungo su tante cose, tante persone e tante situazioni.
Ho deciso di allontanare dalla mia vita tutte quelle persone a cui ho dato tanto e che negli ultimi tre anni (ma per una persona anche negli utimi trent’anni) non mi hanno dato un cazzo. Basta, ho deciso di “scremare”, mi scuso per il termine, ma rende. Scremerò tutti coloro che, in questo momento non sapranno starmi accanto. E’ arrivato il momento di “pretendere” qualcosa da tutti coloro a cui io ho dato tutta me stessa, spesso anche restando in silenzio, che ho aiutato, sopportando e supportando tutto, senza fiatare, sommessamente, ma sempre attiva e presente.
Chi non saprà starmi accanto in questo momento, bhè, mi spiace ma verrà immediatamente allontanato dalla mia vita, anche se questo comporterà un forte dolore ma ho troppo bisogno di calore, di comprensione e di amicizia.
Ho spesso ricevuto tanta indifferenza e superficialità, egoismo e stronzaggine ed ho deciso di mettere un bel punto.
Altrimenti non potrò farcela. E’ una questione di sopravvivenza.
E poi mi sono anche rotta tremendamente il cazzo di comprendere sempre gli altri, di giustificarli per il carattere, per il vissuto, per tutto. Il carattere, il vissuto ed il tutto ce l’ho anche io.
Vado a dormire, questa mattina mi sono svegliata alle cinque e domani alle sei sarò già in piedi. Ed avrò una lunga giornata da vivere. Forse anche da sola, ma devo farlo.
Una cosa è certa: mi sento male, sola, triste, impaurita ed incazzata.
Forse ho solo un anno davanti da vivere insieme a mia madre e non intendo sprecarlo.
Metto questa mia foto perchè mi ricorda un momento bello ed anche perchè oggi mi sento uno straccio.

In questi ultimi giorni ho ricevuto tanti messaggi che mi chiedevano un aggiornamento sulla situazione attuale.
Ringrazio tutti coloro che, in un modo o nell’altro, mi hanno fatto arrivare il loro pensiero ed affetto e, credetemi è stato importante. Un particolare grazie a te, Nicoletta che, pur non conoscendoti affatto, mi hai fatto sentire la tua presenza molto più di altre persone a me, diciamo, vicine.
Inutile dire che ho passato una settimana tremenda, in cui ho dovuto misurarmi con le mie forze e le mie paure.
Mercoledi scorso, mia madre è stata operata. Ben sette ore di camera operatoria. Per poter operare, hanno effetuato una laparotomia, il che significa che, prima di aprire tutto, hanno verificato se era operabile o meno. Già, perchè, malgrado tutte le ecografie, esami clinici, tac total body, risonaze magnetiche, CPRE, ecoendocoscopie & co., la sicurezza di poter eseguire l’intervento non c’era.
Operabile, cazzo che smaltita.
Rimosso l’adenocarcinoma al pancreas ma hanno trovato dei linfonodi positivi. Traduzione: si, il cancro lo abbiamo levato ma forse ci saranno delle metastasi. Quindi seguirà chemioterapia e radioterapia. E poi si vedrà.
Si vedrà, accidenti a tutto.
Il decorso post ospedaliero è lento e terribile: sondino naso gastrico, flebo ovunque, ben sei sacche per il drenaggio…
Mi fa male. Lo so, dovrei sentirmi sollevata perchè l’operazione è riuscita ma vedere mia madre, la mia amazzone, così ridotta, mi fa male al cuore.
E’ fragile, la mia mamma. Piange, pensa al passato, l’idea di avere un catetere, di farsi lavare dalle infermiere, di non poter camminare, la umilia. Ed io mi sento male per lei.
Sto condividendo le notti con mio fratello perchè non ce la faccio a stare lì ventiquattro ore su ventiquattro, ed al di fuori di questo, c’è la vita che continua, inesorabile, senza pietà.
Sto male, sto stringendo i denti, sto cercando di andare avanti ma non è facile. Per niente.
Capto, rubo, memorizzo i momenti con lei, come se fossero gli ultimi istanti di un presente che sarà subito passato ed ho paura.
Non sono pronta a perderla, io sono ancora figlia di mia madre, io sono figlia ancora, non posso pensare di non esserlo più.
Che dolore, che paura, non so a cosa, a chi aggrapparmi, mi sento persa in un vuoto strano, mi sento sola, piccola e fragile. E non è da me.
Voglio ringraziare Nicoletta, Ian, Digito, Ste, No blogger, Simona, Rob, Cayenna, Metis e tutte le persone che mi hanno dimostrato un affetto ed un interessamento insperato.
Grazie di cuore.
Un grazie particolare al mio unico e vero amico InvernoMuto, Andrea, per quello che sta facendo per me, restando in silenzio ed assecondandomi in tutto.
Grazie Andrea, ti voglio bene.

Forse per farmi coraggio, non so. O forse per riempirmi il cuore.
Questa mattina guardo le fotografie che ho nel mio computer.
Le guardo e le riguardo e penso a tante cose passate. E’ incredibile come la paura di perdere qualcuno ci faccia ricordare cose apparentemente dimenticate o messe da parte in qualche meandro dell’anima, qualora esistesse.
In questo periodo la mia mente vaga autonomamente tra i ricordi e rivivo momenti intensi, frasi dette, situazioni incredibili. Alle volte vorrei fermarla ma non ci riesco; lei vuole ricordare tutto e non si ferma mai, nemmeno la notte.
E la notte non è più fatta per dormire, per riposare, per ricaricare la mente ed il fisico. No, non dormo più.
Mi soffermo su questa foto che ho sempre amato particolarmente perchè è lei, il suo sorriso è ancora quello, lo sguardo, malgrado gli anni, non è cambiato affatto e perchè sono anche io e, sommessamente vorrei essere io a dover vivere tutto questo al posto suo.
Dicono che c’è un tempo per seminare
e uno che hai voglia ad aspettare
un tempo sognato che viene di notte
e un altro di giorno teso
come un lino a sventolare.
C’è un tempo negato e uno segreto
un tempo distante che è roba degli altri
un momento che era meglio partire
e quella volta che noi due era meglio parlarci.
C’è un tempo perfetto per fare silenzio
guardare il passaggio del sole d’estate
e saper raccontare ai nostri bambini quando
è l’ora muta delle fate.
C’è un giorno che ci siamo perduti
come smarrire un anello in un prato
e c’era tutto un programma futuro
che non abbiamo avverato.
È tempo che sfugge, niente paura
che prima o poi ci riprende
perché c’è tempo, c’è tempo c’è tempo, c’è tempo
per questo mare infinito di gente.
Dio, è proprio tanto che piove
e da un anno non torno
da mezz’ora sono qui arruffato
dentro una sala d’aspetto
di un tram che non viene
non essere gelosa di me
della mia vita
non essere gelosa di me
non essere mai gelosa di me.
C’è un tempo d’aspetto come dicevo
qualcosa di buono che verrà
un attimo fotografato, dipinto, segnato
e quello dopo perduto via
senza nemmeno voler sapere come sarebbe stata
la sua fotografia.
C’è un tempo bellissimo tutto sudato
una stagione ribelle
l’istante in cui scocca l’unica freccia
che arriva alla volta celeste
e trafigge le stelle
è un giorno che tutta la gente
si tende la mano
è il medesimo istante per tutti
che sarà benedetto, io credo
da molto lontano
è il tempo che è finalmente
o quando ci si capisce
un tempo in cui mi vedrai
accanto a te nuovamente
mano alla mano
che buffi saremo
se non ci avranno nemmeno
avvisato.
Dicono che c’è un tempo per seminare
e uno più lungo per aspettare
io dico che c’era un tempo sognato
che bisognava sognare.
E non mi riferisco alla canzone di Phil Collins, purtroppo.
“Probabile tumore nel pancreas o giù di lì“.
dio non esiste, ma lo sapevo già da tempo.