Avevi dodici anni quando ti ho incontrato per la prima volta. Eri vivace, energico, un pò matto. Eri carino da morire, già a dodici anni, con quegli occhi così maliziosi, con la verve tipica toscana, con la parlantina vivace e tenera.
Chicco, così ti chiamavamo tutti, ed eri proprio un chicco, una cosa piccola ma viva e tenera.
Sono passati gli anni e sei stato sempre anche sotto la mia ala. Tu eri tu, e bisognava prenderti per quello che eri, nel vero senso del termine. Vivace, estroverso, attaccabrighe, bisognoso di certezze, di essere idolatrato, sempre alla ricerca dell’applauso degli altri. Bravo nel tuo lavoro, eccezionale e virtuoso, caparbio ed insistente, egocentrico e timido.
Sempre alla ricerca di amori, di momenti particolari, di emozioni del momento, della bellezza, della vita.
Eri così, sempre vestito alla moda, sempre alla ricerca del particolare. ricordo quanto ti ho preso in giro per il cappellino e la felpa rosa di playboy…
Ieri mattina mi è arrivata una telefonata. “Ho una bruttissima notizia, Federico è morto”. “Come morto? Che significa?” “E’ morto, miciastra, è morto per un attacco fulminante di leucemia”.
Silenzio. Sgomento. Dolore.
Ecco quello che ho provato.”Ma come? Domenica era ad Olbia a giocare…”
Chiamo gli amici in comune. Chiamo Stefano. “Si è sentito male, non ha giocato e Daniele lo ha riportato ad Arezzo.
Aveva la febbre alta, stava davvero male. I medici dicevano che aveva la polmonite. Poi hanno detto che era leucemia, ma quella devastante, quella che non perdona”.
E non ha perdonato.
Mi mancherà quella felpa, mi mancherà quel sorriso spavaldo, mi mancherà la tua parlata, mi mancherà la tua ironia, mi mancherai tanto e per sempre.
Domani verrò ad Arezzo, al tuo funerale, sarò lì come tante altre persone ma sappi che non piangerò, non voglio farlo, ti guarderò e vedrò un campo da tennis e te che giochi, battagliero come sempre, allegro, vivace e vivo più che mai.
Mi spiace, Chicco, Fede, mi spiace tanto perchè non rivedrò più i tuoi occhi, la tua bella faccia e non ci racconteremo più tante cose. E’ finita. Finito tutto.
Morire a ventotto anni è veramente assurdo. E mi fa incazzare. E mi fa intristire. E mi fa veramente incazzare.
Ciao Chicco, ciao Fede, non ti dimenticherò mai e mentre ti dico tutto questo, una rabbia assurda mi avvolge e mi fa stare ancora più male.

Forse per farmi coraggio, non so. O forse per riempirmi il cuore.
Questa mattina guardo le fotografie che ho nel mio computer.
Le guardo e le riguardo e penso a tante cose passate. E’ incredibile come la paura di perdere qualcuno ci faccia ricordare cose apparentemente dimenticate o messe da parte in qualche meandro dell’anima, qualora esistesse.
In questo periodo la mia mente vaga autonomamente tra i ricordi e rivivo momenti intensi, frasi dette, situazioni incredibili. Alle volte vorrei fermarla ma non ci riesco; lei vuole ricordare tutto e non si ferma mai, nemmeno la notte.
E la notte non è più fatta per dormire, per riposare, per ricaricare la mente ed il fisico. No, non dormo più.
Mi soffermo su questa foto che ho sempre amato particolarmente perchè è lei, il suo sorriso è ancora quello, lo sguardo, malgrado gli anni, non è cambiato affatto e perchè sono anche io e, sommessamente vorrei essere io a dover vivere tutto questo al posto suo.
Giornata strana, quella di ieri.
Giornataccia, oserei dire. Accade che tu sia molto indaffarata con il lavoro, che dovrebbe essere molto più tranquillo in questo periodo ed invece non lo è affatto, con le cose di casa, le lavatrici da fare e la roba da stirare con il caldo che fa, con le persone, tutte isteriche, tutte iper attive malgrado il periodo, con tutto, insomma.
Accade che ti incazzi con l’orda di email che ti arrivano e che, in giornate in cui l’unico posto dove dovresti veramente stare è il mare, ti indispongano al massimo. Accade che realizzi che sei stanca, che sei l’unico essere umano a Roma ad essere ancora bianco come una medusa, segno, questo, che la spiaggia non l’hai vista ancora…
Accade che i colleghi ti infastidiscano, con le loro cazzate, con i litigi inutili, con le falsità, con lo scarica barile continuo e costante e pensi che, se non avessi bisogno di lavorare, ti alzeresti dalla sedia, prenderesti la borsa ed elegantemente te ne andresti via, in silenzio, senza girarti più…
Accade di leggere per caso una email scomoda, in cui una persona che reputavi quasi amica, cerca di rovinarti la vita …
Accade che il tuo capo si comporti come un bambino piccolo e faccia i capricci e che tu lo guardi senza capire fino in fondo cosa voglia veramente, e pensi, allo stesso tempo, a quanto sia inutile tutto questo.
Accade che tu debba partire per un altro lavoro e che nessuno ti spieghi cosa dovrai fare e ti senti di andare allo sbaraglio e non ti piace perchè sei abituata ad altro. Accade che ti arrivino degli sms da parte di una persona che hai deciso che non dovrà far parte della tua vita, perchè appena l’hai conosciuta ti ha detto che “niente e nessuno mi stupisce, mi stimola più” e da questa frase tu hai capito che a trent’anni tutto questo è molto triste ed anche di essere decisamente diversa da lei e che il sole e la luna ancora riescono a trasmetterti qualcosa.
Accade che ti manca tuo fratello, che non lo senti e non lo vedi da due mesi e che non puoi far altro che rispettare il suo silenzio perchè sei cosciente che sta passando un periodo di merda con la compagna che non gli fa vedere il bambino, che, alla fine, sarebbe anche tuo nipote.
Accade che l’ amica di sempre che ospiti a casa da ben due lunghissimi anni, diventi soffocante, ammorbante, ingombrante e che tutto quello che dice e che fa, diventi un macigno per i tuoi nervi, anche se le vuoi un bene immenso.
Accade che tu debba necessariamente fare un viaggio in giornata e che l’intraprenderlo ti getti nel panico perchè riversi tutta la tua ansia in qualcosa di astratto ed accade che nella borsa tu senta il bisogno di mettere il pasaden, cosicchè, in caso di panico sull’autostrada, tu possa ricorrere ad un riparo e al tempo stesso, questo gesto, ti butti nella tristezza più pura perchè è il segno tangibile che non sei più come un tempo, che qualcosa dentro di te è decisamente cambiata in peggio e di come le paure, ora, abbiano sempre di più il sopravvento e questo ti ricolleghi subito ad un pezzo di vita passata da tanto tempo, che credevi di aver superato ed invece non è così.
Accade di sentirmi inutile, sola, di guardarmi intorno ed improvvisamente ed inspiegabilmente di giustificare il gesto che mio padre ha fatto tanto tempo fa, togliendosi non tanto elegantemente di torno.
Accade che il mio amico del cuore mi telefoni e mi dica che è sterile, che non potrà avere bambini e che si sente morire dentro.
Accade di aver la voglia di ricominciare tutto altrove, tra gente che non sa nulla di me, del mio passato così troppo vissuto, che non conosce la mia anima nera che vive dentro di me, che mi accompagna da troppo tempo; quest’anima che non amo, che mi fa sentire sporca, dalla quale vorrei staccarmi ma so che farà parte di me per sempre e solo l’amore potra tenerl a bada.
Accade che io abbia paura di amare, di affrontare il mio percorso.
Ma, poi, arriva una telefonata da lontano. E’ Claudio, il figlio di Gaspare. Gaspare lavora con me da 100 o forse 1000 anni. Lui è il mio uomo al Foro Italico. Lui gestisce il magazzino, lui è uno dei tanti che vive dietro le quinte ma fondamentale per tutti.
Gaspare, dopo Il Master Series di Roma non è stato bene. Ha fatto degli accertamenti ed hanno trovato un cancro al cervello grande come una palla da tennis, tanto per restare in tema.
L’ho chiamato quindici minuti prima che entrasse in sala operatoria e mi ha detto che era fiducioso, che aveva passato momenti peggiori (?) nella vita e mi ha esortato ad essere forte.
Sette ore di operazione. Al risveglio, parte sinistra paralizzata ed altre complicazioni. Il cancro al cervello non genera metastasi ma si riproduce quasi immediatamente. Claudio, il figlio, mi ha preparata al peggio. Ma al peggio non ci si prepara mai. Giorni di attesa, lenta ripresa.
Dua giorni fa, l’ho chiamato e mi ha detto che Gaspare stava meglio ma che non sarebbe arrivato comunque ai prossimi Internazionali di Tennis e che i medici avevano deciso di non ricorrere alla chemio e radio perchè sarebbe stato inutile.
Cronaca di una morte annunciata. Noi esseri umani dobbiamo sempre preparaci ma poi, quando arriva il momento, non lo siamo mai.
Ieri mattina mi chiama Claudio. Ho risposto al telefono dell’ufficio ed era lui. Ho capito subito, immediatamente. Gaspare ha avuto un embolo. Meglio così, mi sono detta. Ma il dolore era tanto. Cazzo. Era così fiducioso, così tranquillo. C’è gente ignobile che campa troppo. Ha ragione dyo, dio è morto o forse non c’è mai stato.
Ho finito le mie cose, quasi in trance, poi sono andata dall’estetista, quasi a voler esorcizzare la notizia.
Lì, mi arriva una telefonata da mia cugina. E’ morto suo padre, Livio Orazio, noto pittore contemporaneo, grande persona. Ha fatto parte della mia infanzia e pre adolescenza. Fissata fin da piccola per le arti, andavo nel suo studio/laboratorio e passavo ore ed ore con lui, il Maestro. E’ così che l’ho sempre chiamato ed è così, che lo chiamerò per sempre. E mi parlava, mi spiegava le varie tecniche pittoriche e scultoree ed io lavoravo con lui, fiera di essergli accanto. Grazie a lui ho imparato a dipingere e, per anni, a fare di quest’arte un mestiere che mi ha dato da vivere.
Accade che ieri Gaspare e Livio Orazio mi abbiano lasciata e, improvvisamente, ho guardato il cielo e il mio “accade” mi è sembrato inutile, piccolo, ridicolo, stupido, misero.
Stasera brindo a due grandi uomini che mi hanno insegnato tanto.
Ciao Gaspare.
Ciao Livio Orazio.
Grazie.
Sono passati già 14 anni da quella giornata in cui, mentre guardavo la televisione, il programma fu interrotto da un’edizione straordinaria tel tg che annunciava che eri stata ammazzata in un’imboscata a Mogadiscio. Sono rimasta immobile, incredula, non riuscivo a credere a quello che stavo sentendo e vedendo. Lo squillo del telefono. Mia madre, dall’altra parte della cornetta, urlava qualcosa e non riuscivo a capire…
Poi tutto è diventato tristemente reale.
E mentre continuavo ad ascoltare il tg, sinapsi velocissime percorrevano la mia mente. Momenti della nostra infanzia ed adolescenza, istanti di vita vissuti insieme.
Io e te sul cammello allo zoo, terrorizzate da quell’animale che, a quell’età, ci sembrava davvero strano.
Io e te a Piazza Navona nel periodo natalizio in braccio ad un Babbo Natale visibilmente finto.
Io e te a giocare alle signore.
Io e te con le pentoline.
Io e te con i nostri genitori le domeniche a pranzo fuori.
Io e te alle prese con la scuola e tu, più grande, che mi insegnavi a scrivere.
Io e te alle prese con le prime cotte.
Io e te e la nostra fissazione nel voler imparare le lingue. Tu l’arabo ed io l’inglese.
Io e te e l’impegno politico in quegli anni burrascosi.
Io e te ed i nostri ricordi.
Rimango l’unica depositaria di questi bei ricordi ed il fatto che oggi, se da google digito il tuo nome mi compaia la tua pagina su wikipedia… bhè… mi riempie di tristezza.
Preferisco ricordarci sul cammello allo zoo.

Guardo.
E’ una vita che lo faccio.
Io guardo in continuazione.
Osservo, scruto, analizzo quello che mi circonda.
Ho una curiosità innata ed amo profondamente il prossimo.
Per cui lo osservo sempre attentamente.
Che cosa ci posso fare????
E questa mia natura mi ha portato a studiare Psicologia.
Anni di ospediali psichiatrici e corsi di formazione professionale con i cosiddetti emarginati.
Parola grossa ed ai più, piuttosto vaga. Ma forse anche per paura ed ignoranza. Vedere una persona in carrozzina crea disagio, vedere una persona pazza per strada ne crea altrettanto. Ma perchè? Perchè se conosciamo una persona in carrozzina non chiediamo cosa le è successo, mentre ad una persona con un gesso arriviamo addirittura a farci raccontare l’intero accaduto? E perchè se vediamo un cosiddetto “matto” per strada, ci allontaniamo immediatamente ed in qualche modo ci sentiamo “rassicurati”? Perchè vige la “regola” che MATTO= PUZZA, PERICOLO ed HANDICAPPATO= PERSONA DIVERSA e SICURAMENTE NON INTELLETTUALMENTE ABILE?
Io l’ho scoperto con gli anni.
Ho visto gente che ha dovuto cambiare la propria vita a causa di un brutto incidente stradale, altri che sono stati operati di scoliosi e che non hanno mai più camminato, altri ancora con la polio, ancora altri in carrozzina per aver tentato il suicidio, gente con la febbre alta cadere dal balcone di casa, persone autistiche, malati mentali che parlano in tibetano per non farsi capire da “quelli” del CIM (Centro di Igiene Mentale).
Così ho passato gli anni migliori della mia vita, annusando il male ma quello vero, quello in cui la sofferenza è vitale, vivendolo in prima persona e soffrendolo dentro.
Mi ricordo il mio primo approccio con queste realtà. L’ho avuta con un ragazzo fantastico, Stefano, che appena arrivata al Centro ha provato a smerdarmi subito. “Ciao, come stai?” La risposta è stata: ” e come sto…in carrozzina…” La mia risposta è stata spontanea…: “scusa ma, meglio a te che a me…”
Ho conquistato il suo cuore e la sua stima ma io ero sincera… veramente…
Da qui, anni ed anni di lavoro in questo “campo”, se così lo vogliamo definire.
C’era Alberto che ogni mattina disegnava il passaporto per il Giappone perchè doveva andare a comprare le medicine. Ed ogni santa mattina lo facevamo insieme e poi lui andava a comprare quello di cui aveva bisogno. Appunto, ogni santa mattina. Era il suo modo di gestirsi i medicinali.
E poi c’era Renato, gemello ed ottavo figlio di una famiglia molto povera, messo in manicomio all’età di nove anni perchè nel collegio non c’era più posto. Lascio a voi capire cosa è successo…
E Roberto. Uomo meraviglioso, studente in medicina alla fine degli anni ‘70. Persona di grande cultura, studioso di lingue antiche. La sua mente è caduta in un grosso baratro in quegli anni di grossa rivoluzione e da lì non si è più ripreso. Persona piuttosto violenta, ex giocatore di rugby, temuto da tutti sia per il fisico che per la mente. Parlava in tibetano, prendendo per il culo gli operatori del CIM e tutti coloro che lo trattavano da pazzo. Veniva ogni mattina al Centro a piedi, vestito con un sacco juta e gli anfibi pieni di erba, percorrendo 15 chilometri all’andata ed altri 15 al ritorno, non curante del freddo intenso o del caldo torrido. Io ho sempre avuto un approccio molto personale con la tanto decantata follia, che per me non esiste assolutamente ed ho costruito un rapporto molto naturale, semplice, da persona a persona. Sono entrata nel suo cuore, ha capito che non doveva temere nulla e con me ha instaurato un rapporto vero, in italiano, senza violenze psicologiche, si è aggrappato a me, mi ha chiesto aiuto. Io ho fatto del mio meglio.
Oggi indossa vestiti, si è comprato una macchina, ha conosciuto una signora con cui trascorre molto del suo tempo, si gestisce i proprii medicinali e ogni tanto mi telefona parlandomi anche un pò in tibetano (che ovviamente non comprendo), giusto per farmi capire che il suo disagio è ancora lì, dentro alla sua testa ma che ha imparato a conviverci.
E poi Tina, partita in viaggio di nozze e caduta da un muretto mentre il neo marito la fotografava. Tetraplegica.
Luigia, caduta dal terrazzo all’età di nove anni a causa di una febbre molto alta. Paraplegica.
Maria, che per amore, ha tentato di uccidersi, sparandosi allo stomaco. Paraplegica.
Alberico, rampollo di una nobile famiglia, finito sotto un camion con la sua macchina. Tetraplegico.
Franceschina, tenuta segregata in casa per anni perchè ritenuta “strana”. Autistica.
Stefano, tumore alla spina dorsale a 20 anni, saltato sul lettino operatorio e mai più ridisceso con le sue gambe. Tetraplegico.
Mario, preso in pieno da una macchina mentre attraversava la strada. Paraplegico.
Sonia, operata per una scoliosi. Paraplegica.
Angelina, vissuta in un paesino di 4 anime e mai portata da un medico. Polio.
Fabrizio, Bibo per gli amici, bello come il sole. Morbo di Hodgkin (cancro alle ghiandole linfatiche) a 20 anni. Oggi non è più qui.
Sono entrata in queste vite per caso, come supplente d’inglese e mi ha preso l’anima…
Sono stati in assoluto gli anni più belli della mia vita, gli anni più felici della mia vita e quello che io sono oggi lo devo solamente a quello che ho imparato con e da queste persone.
Ho imparato a guardare veramente quello che la vita mi presenta.
E voglio continuare a farlo.

Natale ad Orvieto, nella casa che fu dei miei nonni, immensa, con tante scale, con camere enormi piene di tante vite passate da qui, con i camini accesi ed un freddo polare fuori, con due cucine distanti l’una dall’altra ed ovviamente con le cose riposte metà da una parte e l’altra metà dall’altra.
Pareti colme di foto antiche, nemmeno più in bianco e nero, vecchi documenti che fissano un passato fatto di guerra, di persone in campi di concentramento, di famiglie oramai estinte. Letti in ferro battuto dove hanno dormito persone della mia famiglia che non ho mai conosciuto ed ora in uno di quelli ci dormo anche io. Respiro la storia dentro a questa casa ma anche la mia infanzia perchè venivo nei mesi estivi a star qui con mia nonna.
Tanta gente, tanti parenti che oramai vedo solamente in queste sante feste, ai matrimoni ed ai funerali. Ed è tutto un tramestio in queste giornate perchè bisogna preparare da mangiare per tutti. La cucina principale, grande forse come tutta casa mia qui a Roma, ospita un grande tavolo in marmo esattamente al centro della stanza ed è qui che si svolge il lavoro che un tempo accomunava tutte le donne della mia famiglia, me compresa.
Ho imparato molto da mia nonna, mia zia e mia madre. Le vedevo impastare, tritare, cuocere, preparare i tortellini a mano, cucinare anche su vecchie stufe che oggi sono state sostituite da cucine a gas.
Era un momento magico, per giorni e giorni le donne erano lì, anzi, eravamo lì a parlare ed a lavorare, a ridere e le ore passavano velocemente e la fatica non esisteva.
Gli uomini pensavano alla legna, al vino, alla frutta da andare a prendere in campagna dai contadini ed alla sera, tutti riuniti intorno ad una tavola grandissima, si mangiava, si rideva, si beveva.
La notte del 24 dicembre arrivava puntualmente Babbo Natale ed i bambini del momento, me compresa, vivevano un momento magico, irripetibile tanto che ho finto di crederci per anni proprio per continuare a vivere quel sogno.
Piano, piano la morte ha portato via le persone, una ad una, silenziosamente ed oggi ci ritroviamo a vivere una magia un poco annebbiata, con una punta di tristezza per quelle persone che non sono più con noi.
In più, in cucina ci sono rimasta praticamente io, poichè mia madre soffre di acuti mal di schiena e non può fare più di tanto e gli uomini se la svignano in continuazione, inventando cose assurde da fare anche perchè la frutta ed il vino vengono regolarmente acquistati nei negozi specializzati e la legna è nel ripostiglio in cortile.
Ed io mi faccio un culo infinito (mi si perdoni il francesismo) e vivo praticamente tre giorni in cucina, tra pentoloni, pesce, carni, patate, salse, patè, cose da lavare…
Non faccio in tempo ad arrivare che subito sono in cucina, con mia madre che, non potendosi muovere, mi massacra di compiti, parole e modi di preparare le cose, che non sono i miei.
E poi bisogna apparecchiare ed anche qui i chilometri si sprecano, vista l’ubicazione della tavola da pranzo rispetto alla cucina, scale comprese!
Ho fatto il calcolo che per andare da una cucina all’altra ci sono 18 scalini, ma sono scalini antichi che corrispondono a circa 25 di quelli moderni!!!
Ovviamente i commensali non sono mai meno di 10, arriviamo anche a 15, sia a pranzo che a cena ma non solo il 24 e 25, partiamo dal 23 per arrivare al 26 sera… Una meraviglia!!!!
Se da una parte il Natale continua ad essere un momento particolare per tutti noi, dall’altra per me è diventato un incubo. Lavoro ininterrottamente per 4 giorni senza sosta ed arrivo al 26 in preda a convulsioni e non posso più vedere cose da mangiare in giro per giorni.
Oggi sono partita da lì poichè domani ho un impegno qui a Roma e devo confessare che non mi è dispiaciuto più di tanto, anche se lì ho lasciato mio fratello che non vedo praticamente mai.
Ma io devo RIPOSARMI….
Al momento di andar via mia madre mi ha detto: dai torna qui, così ti riposi un pò!!!!!!
(PS: i tortellini li ho comprati però!!!!)
Mi chiamano così da sempre perchè amo cucinare e lo faccio bene, mi dicono.
Vengo da una famiglia matriarcale ed umbra, con tradizioni ben radicate ed ancora molto vive. Le feste comandate sono all’insegna di piatti tradizionali, dal tortellino fatto tutto completamente a mano, a manicaretti con preparazioni complesse che comportano ore di preparazione.
Sono cresciuta così, in cucine gigantesche composte da donne che lavoravano e parlavano, trasmettendo, nel contempo, ricette antiche e difficili e che poco si addicono ai ritmi che oggi tutti viviamo. Ho una piccola rubrica dove scrivo le mie ricette ed è tutta consumata ed anche un pochino unta, ma io la considero una piccola parte di me.
Come molte persone, ho vissuto in pieno gli anni del femminismo, anni in cui, per disperazione, siamo arrivate ad eccessi estremi, allontanandoci forzatamente da tutto ciò che poteva “relegarci” a ruoli imposti fino ad ora, anche come lo stare in cucina.
Ho patecipato attivamente al movimento femminista, ben cosciente di quello in cui credevo ma, come tutti gli estremismi, facendomi troppo coinvolgere e di conseguena mi sono allontanata da tutto, vivendo in uno status quasi ibrido.
Col passare degli anni e ritrovando un certo equilibrio, mi sono di nuovo avvicinata a quello che per me è stata sempre una passione, uno sfogo, un momento magico e tutto mio.
Ho ricominciato a cucinare con più voglia di prima, con l’intento di sfogare i miei istinti, con l’obiettivo di ritrovare me stessa, le mie radici, attraverso il gusto ed anche l’olfatto.
E’ stato bello ricominciare, toccare con le mani, odorare, annusare, assaggiare quello che la natura mi dava da plasmare.
Nonna Papera è tornata da molto tempo, oramai ed è felicissima di esserci.
Naturalmente, frequentando orde di amici separati con prole al seguito o estrememente single oppure totalmente negati in cucina, questa mia passione li ha attirati come topi con il pifferaio magico. E da qui, sono anni che assisto alla fatidica citofonata alle otto di sera in cui la GENTE che conosco mi chiede cosa faccio a quell’ora.
A GIGI DELLA CREMERIA gli faccio un baffo io!!!!!
Però che bello!!!! La sera a cena ho sempre qualcuno che “passa casualmente” per sapere “come sto” e che puntualmente si “becca” quello che preparo….
Io sorrido sempre e penso che anche questo sia AMORE.
(…e poi c’è qualcuno in particolare a cui preparo il famoso “doggy bag” e questo mi fa sentire bene, felice ed importante e quel qualcuno è sicuramente nel mio cuore).
Mood:
Happy
Ripensavo giorni fa quando, adolescenti, passavamo la ricreazione nel bagno delle ragazze, o nel cortile della scuola durante la ricreazione, a parlare di quello che, in quel momento, suscitava vivo (e forse unico) interesse: amore, passione, fidanzamenti vari (però si diceva mettersi insieme a…) ed ovviamente sesso (compreso il famoso punto G, che grazie a Berlusconi, oggi non è più un mistero – grazie Simona).
Dio quante ne dicevamo!!!
Se ci penso bene, riuscivamo a raggiungere livelli ai quali nemmeno gli uomini, nel classico spogliatoio dopo una partita di pallone (amo le leggende metropolitane io!!!) sarebbero potuti arrivare mai!
E, tra i tanti discorsi, usciva sempre quello riguardante l’orgasmo.
Credo sia stato un “problema” per tutte e sono sicura che, prima o poi, ognuna di noi abbia finto almeno una volta nella vita.
Poi quando, per caso, si azzardavano questi discorsi con la parte maschile, c’era la classica risposta dell’“Impossibile, io me ne accorgerei!!”.
E da qui in poi, si scatenava il solito rituale sul
“no, non te ne accorgeresti mai”
“si, io si”…
“a me non è mai successo”
“tu non te ne accorgeresti”
“ma tu hai mai finto con me?”
“No, io no, mai!”
“Eh, lo so, altrimenti me ne sarei accorto di certo”
“Io le ho soddisfatte sempre tutte”
“E tu che ne sai? Ne sei proprio certo?”
“Impossibile non accorgersene”…
Fino ad arrivare a stratagemmi del tipo:
“io so come fare: tocco sempre i capezzoli subito dopo e se sono duri, allora vuol dire che lei è venuta!!”
“se va subito a fare pipì, ho la conferma”
“se stringe le gambe subito dopo, allora è fatta!”
” se non riesci a toccarla lì appena è venuta, significa che l’orgasmo c’è stato”( e qui bisognerebbe aprire una grande parentesi sulla differenza tra l’orgasmo clitorideo e quello uterino!)
” se si gira su un fianco e non parla per un pò, significa che è completamente soddisfatta!” (questa è la più bella!!)
Accidenti quante serate passate a parlare e mi ricordo che alla fine usciva fuori che, il motivo basilare di quei nostri finti orgasmi era quello di non voler mettere in difficoltà il nostro “lui” che, per la maggior parte delle volte, aveva avuto una tempistica sicuramente più rapida della nostra e/o, ancora, aveva fatto troppe assenze alle lezioni di anatomia.
Sta di fatto che, per un motivo o un altro, restavamo “a bocca asciutta” e ce ne guardavamo bene dal dirlo, anche per una sorta di paura nell’essere state in qualche modo causa dell’accaduto.
Ricordo quel periodo con un certo piacere, le serate passate a disquisire sull’argomento, che, con gli occhi ed il senno di poi, altro non erano che vere e proprie terapie di gruppo per cercare di capire e vincere le rispettive paure e tabù!!!!
Mi ricordo anche il nostro atteggiamento verso quello che all’epoca rappresentava il mondo oscuro del sesso, di cui molti ostentavano una conoscenza profonda ed approfondita nel tempo (!)
Questa sordità tra i due sessi a fatto sì che, negli anni adolescenziali, si vivesse un malcontento generale da ambo i sessi.
Le donne, non soddisfatte, cambiavano spesso partner (vi siete mai domandati perchè in quella fascia d’età c’era un fervente movimento di accoppiamenti?) e gli uomini, incazzati, facevano altrettanto…
..poi, con l’avanzare dell’età, tutto si è ristabilito, per fortuna!!!!
E allora, in nome di quei bei tempi desidero pubblicare quello che, per me, è stata la migliore simulazione mai esistita!
Mood:
Happy &
Laugh
A te, che mi hai amato tanto
A te che mi hai aiutato nei momenti bui
A te, che mi hai insegnato a ridere di me
A parlare
A capire
A camminare
A guardare la gente negli occhi
Ad andare oltre le apparenze
A te, che mi hai aperto gli occhi, la mente, il cuore.
Solo per te queste mie parole
Solo per te questo mio amore grande
Solo per te questo senso di solitudine
Solo per te questo dolore che oggi mi accompagna
Solo per te il tuo ricordo nel cuore.
Solo per te, papà.
Venticinque anni.
Un’eternità eppure è ieri per me.
Ci sono cose che non subiscono il passare del tempo.
Ci sono cose che ti trafiggono il cuore per sempre.
Purtroppo.