Miagolato il 13 April 2012 - 2:49

E’ un brutto periodo.

Lo so.

Non ci posso fare nulla.

Lo so e basta.

Mi sento defraudata del mio passato, di una memoria storica che io non ho, dei limiti nei ricordi che mi alienano, mi fanno paura. Temo di non poter ricordare tutto il mio passato e non solo il mio. Ho tentato di ricostruire le mie radici, l’ho fatto una sera con mia madre ma ho perso il foglio dove ho scritto tutto. E mi maledico per questo. Certe cose io non le so e non ci posso arrivare più. E mi fa incazzare. Sento il limite e non mi piace. Come posso fare? Io ho dei ricordi, quelli si, ce li ho, ma sono limitati nel tempo. Odio il tempo. Voglio risalire alle mie origini, ne sento il bisogno ma non ho più nessuno per farlo. Che rabbia…

Ho avuto una nonna importante, nonna Santina, santa di nome e di fatto, maestra di matematica, donna forte ma dolce, remissiva ma non troppo, dedita alla vita degli altri ma attenta a non oltrepassare mai i limiti. Come ho detto, maestra di matematica. Mi raccontava che la mattina si alzava alle 5 e, con il calesse (!) andava nei paesi vicini ad insegnare la matematica ai bambini dei contadini… ha sposato mio nonno in seconde nozze perchè era vedovo. Un nonno autoritario, distante da tutti e da tutto, direttore di banca che all’epoca significava molto perchè, in una realtà paesana, dava o non dava la possibilità alla gente di vivere o meno.  Erano molto diversi. Lei era fantastica, lui un pò meno. Lo chiamavano il “reuccio”, appellativo certamente non grazioso. Lei era bella, dolce, forte e cucinava bene, tanto bene. Mi ricordo che mi preparava il latte fritto, ricetta oramai persa nel tempo e poi il pane bagnato con lo zucchero, la marmellata di mele cotogne fatta dal lei, le uova fresche con il buco da bere ogni giorno, il cucchiaio di vino rosso perché faceva buon sangue, il cervello fritto (oddio) obbligatorio una volta a settimana, le seadas con il miele perché rendeva l’animo più dolce, la carne panata con le patatine fritte perché mi piacevano da matti… tutto questo mi allietava la vita nei pomeriggi e nelle sere  quando andavo a casa sua per studiare la matematica, materia a me decisamente ostica. E me la ricordo bene, mia nonna Santina, santa di nome e di fatto. Riusciva, non so come, a comprendere sempre gli altri, riusciva a trovare un significato plausibile a tutto ciò che accadeva intorno a lei. Eppure la vita non era stata troppo gentile con lei…

Mi ricordo che ogni giorno, al ritorno da scuola, andavo da lei a mangiare poichè i miei genitori non erano mai a casa e lei, dopo avermi cucinato cose meravigliose, non so nemmeno come, riusciva a farmi fare i compiti subito, senza pausa, e io non sentivo la fatica. Mi diceva sempre “che bestia che sei in matematica, ma non preoccuparti, non è così importante per la vita”… Avera ragione… a tutt’oggi io e la matematica siamo due cose ben distinte ma io vivo bene ugualmente!!!

Ricordo che mio nonno era il presidente della Lion’s Club e mia nonna, certe sere, si metteva in ghingheri e andava alle cene e io la guardavo esterrefatta, incantata… era tutta luccicante, come dicevo io all’epoca, e pensavo fosse una fata e la guardavo estasiata…

Nei pomeriggi insieme, quando nella cattedrale di Orvieto c’era un matrimonio, lei mi portva sempre a conoscere la sposa perchè io adoravo le spose e dovevo toccare i vestiti. Ricordo una volta in cui, vedendo una sposa uscire dalla chiesa, ho costretto mia nonna a chiederle di portare il velo e poi, talmente emozionata per quel ruolo, le ho rotto con le dita tutto il velo…

Era bella, mia nonna Santina, aveva classe da vendere, sempre elegante, una signora in ogni situazione. Adorava me e mio fratello, figli di suo figlio, il maschio di casa, il medico, il chirurgo, il figlio intelligente e fortunato, il degno erede di cotanto cognome che porto, erede di una dinastia di artisti famosi e gente altolocata, anche se io me ne frego altamente. Lei aveva due figli, mio padre e mia zia. La zia era innanzitutto femmina e anche poco intelligente. La femmina, a quel tempo, era di secondaria importanza. Il maschio era tutto. E in questo clima poco idilliaco sono cresciuti mio padre e sua sorella. Mio padre, da Orvieto, si è trasferito a Roma per studiare, si è laureato con il massimo dei voti in medicina e ha trovato subito lavoro, mia zia ha tergiversato a lungo e poi ha trovato un marito altamente impelagato nella politica di allora, un socialista craxiano, che le ha fatto avere, se posso dirlo, una bella laurea in farmacia. Ma, malgrado tutto ciò, mio padre era mio padre ed era maschio. Il resto non contava più di tanto. Poi siamo arrivati noi, io e mio fratello, belli, biondissimi, figli del figlio maschio e la vita di mia nonna Santina riprendeva senso, dopo l’abbandono dei suoi figli dalla casa paterna. Mia zia, nel frattempo, si era sposata e aveva messo al mondo due figlie, ma, agli occhi di mia nonna, non erano alla nostra altezza… E tutto ciò ha portato ad una grossa rottura tra la mia famiglia e quella di mia zia, o meglio, tra mio padre e sua sorella, con tutte le conseguenze del caso.

Mia nonna Santina ha adorato mia madre, raro caso in cui la classica diatriba tra suocera e nuora decisamente non esisteva. Erano in simbiosi, una donna intelligente con un’altra donna altrettanto tale. Ho dei ricordi bellissimi di loro due e ancora oggi mi porto dentro delle sensazioni bellissime, ricordi teneri e allegri, risate che ancora riecheggiano nell’anima…

Mio padre era un uomo difficile, uomo di grande intelletto, un grande medico, una persona seria, affabile ma al tempo stesso rigido, però sempre con un lato comico, ironico. Mi ricordo che si divertiva a fare tanti scherzi, scherzi che ho poi ritrovato nei film di Ugo Tognazzi. Medico con la “emme” maiuscola. amava il suo lavoro, la sua missione, come la chiamava lui. Erano gli anni ‘70  e il boom di suddetta categoria  era all’apice, ma mio padre non aveva intenzione di fare carriera. Gli avevano offerto un incarico importante, aiuto del Primario di chirurgia generale nell’ospedale San Giacomo di Roma e lui aveva rifiutato. Preferiva lavorare al Pronto Soccorso la notte. Gli piaceva salvare la vita della gente e basta. Mi ricordo un racconto fattomi da lui in cui, una sera era arrivato un personaggio famoso, poi identificato come Helmut Berger, che aveva tentato il suicidio (ironia della sorte) presentandosi al Pronto Soccorso con un coltello piantato nel ventre e che lui lo aveva salvato, o il giocatore Re Cecconi, arrivato al Pronto Soccorso con una pallottola nel ventre e che lui, ahimé, non era riuscito a salvarlo e se dannava l’anima… Diagnosticava malattie al solo guardare negli occhi della gente e non gliene fregava nulla di tutte le varie carriere che gli roteavano intorno. Mia nonna Santina era fiera di lui, per lei, lui incarnava l’essenza della sua vita ed era ergogliosa del figlio che aveva partorito.

All’epoca, mio padre aveva già noi e mia madre. Mia madre premeva per fargli fare carriera ma lui se ne fregava altamente. Mi madre, sempre all’epoca, lavorava molto e guadagnava altrettanto, anche oltre mio padre e da lì, la situazione ha cominciato a degenerare. Metriche strane in cui non voglio entrare più. Non riuscivano più ad andare d’accordo. Mi ricordo litigi inutili, esasperati, esagerati, paradossali, oltremodo eccessivi. Di lì a poco, inevitabile, la separazione. Mia nonna Santina era atterrita, triste, non riusciva a farsene una ragione. Piangeva, dimagriva a vista d’occhio, non era più la stessa nonna di prima. Il silenzio regnava con lei e in lei. Si era creata un mondo tutto suo, fatto di silenzi esasperanti che anche io riuscivo a cogliere, benché all’epoca ancora 12enne. Mia nonna Santina era cambiata, il suo eterno sorriso alla vita non c’era più, dimenticava tutto, sembrava non essere più attaccata a nulla. Non era più la mia nonna e non riuscivo a capirne la ragione ma ricordo una sofferenza fisica ed espressiva che non mi toglierò più dalla mente e dal cuore. Lei sapeva, oggi lo so, che stava per arrivare un giro di boa. Ed infatti così è stato.

Una volta separati, mio padre ha obbligato sua madre a non rivolgere più la parola alla mia, vuoi per gelosia, vuoi per limiti, vuoi per fragilità e lei si è congedata da mia madre dicendole che le voleva bene, che gliene avrebbe sempre voluto tanto e che le dispiaceva troppo ma che non poteva sottrarsi al  volere di suo figlio e che non avrebbe potuto più parlarle. Erano sempre gli anni ‘70…

Mi nonna Santina era una donna semplice ma sempre speciale, una donna con gli attributi, donna che è sopravvissuta alle angherie di un marito freddo e distaccato, che l’ha trattata sempre con sufficienza, è sopravissuta alla morte di suo marito, al suicidio del suo figlio preferito. Una donna vera, insomma. di quelle che non se ne trovano in giro.

Lei è morta dopo suo marito e suo figlio, attaccandosi ai suoi ricordi, al suo forte credo in dio, alla sua semplicità , al suo profondo senso della vita, all’amore che ha dimostrato nei confronti di tutti, andando anche, alle volte, contro corrente, ma mantenendo sempre la sua personalità, assecondando stupidi sentimenti, vivendo la vita con estrema umiltà e non dimenticando mai di esternare l’affetto per i suoi cari, anche in situazioni estreme.

Dico solo che mia madre, deceduta a giungo scorso, portava ancora la vestaglia che mia nonna Santina le aveva regalato, sempre negli anni ‘70.

Tutto ciò ha un senso. Lo deve avere.

Cara nonna Santina, sei e sarai per sempre la mia nonna preferita e mai come in questo periodo vorrei averti vicina.

Ti voglio e ti vorrò sempre un gran bene. e spero, anche se mi trovo, mio malgrado, ad essere completamente atea, che tu possa esserti ritrovata con mia madre e che da chissà quale parte, voi possiate esservi ritrovate anche nell’affetto che avete sempre provato reciprocamente l’una nei confronti dell’altra.

Vi immagino, e voglio proprio farlo, a ridere e scherzare come un tempo. Tempo che io ho vissuto con voi.

Grazie nonna mia, abbi cura della mia  mamma.

Sempre e per sempre.

Tua nipote.

Miagolato il 2 March 2012 - 3:00

Serata strana.
Mi sento strana.
Oddio, mi ci sento spesso, ma stasera un pò di più.
Stasera un altro un pezzo in più della mia vita mi ha lasciata.
Vita di adolescente, ovviamente innamorata della musica, vivendo i primi approcci con ciò che è da sempre considerata  la liaison tra il romanticismo e la vita di tutti i giorni. Tra tutti, ce n’era uno in particolare. Cantava bene, mi piaceva, le sue parole si miscelavano con i miei sentimenti di ragazzina, con le prime cotte, i primi dolori e le prime rinascite, il senso di giustizia e l’amore per la vita attraverso il dolore, anche fisico, a volte. Spaziava alla grande, riuscendo a trasmettere il senso delle cose vere, senza fronzoli, senza giri di parole, con una schiettezza quasi disarmante, cruda alle volte, ma sempre inseguendo la poesia.

Ed era questa poesia che mi trascinava nei meandri della mente, del cuore, dell’anima.

Mi viene in mente la passione che provavo ogni volta che ascoltavo le sue parole, parole con un sottofondo musicale, bello davvero, ma erano le parole che mi arrivavano al cuore.

La passione mi ha portato per anni a “lavorare per lui”. Qui a Roma, a Piazza Mancini, c’era il Teatro Tenda a Strisce e per tanti anni i suoi concerti erano lì, solo lì ed io, pur di stare a contatto con lui, pur di sentirlo cantare, pur di vederlo, facevo il servizio d’ordine. E cercavo sempre di stare sotto al palco, perchè tutto quello che desideravo era lì, a portata di mano.

Poi sono cresciuta e lui ha continuato a far parte di me, della mia crescita, sempre parallelamente alle mie esperienze c’erano le sue parole, parole che mi infondevano a volte fiducia ma anche tristezza e mi riportavano comunque e sempre alla realtà.

La schiettezza lo ha sempre contraddistinto.

La poesia era la sua anima e sapientemente riusciva a trasmetterla in maniera profonda, vera, drammatica, folle e divertente.

E la mia vita è andata avanti sempre parallelamente alle sue parole, alla poesia che riusciva, magicamente e inesorabilmente, a trasmettere, sempre.

Mi ricordo parole che mi atterrivano, che mi atterriscono ancora oggi, sogni ad occhi aperti sulla vita, su figli futuri, su persone normali che decidono che, malgrado tutto, la vita è bella, donne che hanno abbassato gli occhi e si sono lasciate andare, l’amore che si muove dal cuore e che esce dalle mani e cammina sotto i piedi, a dichiarazioni d’amore senza limiti, all’amore provato su una terrazza sul golfo di Sorrento, a una città che si muove per vedere una luna che sta per cadere, ad un bell’uomo che veniva dal mare e che sapeva amare, al far capire quanto non sia facile uscire da un passato che ha lavato l’anima, fino a quasi renderla un pò sdrucita…

…e mille e altre mille parole regalate, poesia pura, vita vera, vita.

E io ci credo alla vita, anche grazie a lui.

Oggi sono qui, con un computer in mano, scrivo i miei pensieri e guardo incredula la notizia, la triste notizia e non ci voglio credere perchè non mi va di farlo, perchè lui è parte della mia vita e da oggi mi sentirò ancora più sola senza di lui.

Devo ringraziarlo profondamente per tutto quello che, personalmente mi ha dato.

Grazie Lucio, grazie di cuore per tutto e sappi che sono profondamente addolorata, triste e sconcertata.

La vita vola via in un soffio e il sorriso non deve mai mancare.

Ancora una volta, mi hai insegnato qualcosa

Il mio cammino è davanti a me e io camminerò sempre per la mia strada, ma mi mancherai veramente tanto.

Ora “chiudi gli occhi e riposa” anche tu…

“Sempre e per sempre…”, come ha detto il tuo amico fraterno.

Grazie ancora di tutto e per tutto.

Miagolato il 8 February 2012 - 3:09

…e la voce lo dice quasi scandendo le parole. Parole terribile che mi suonano assurde.
Come inesistente? Come può essere inesistente? Cosa è inesistente? Chi è inesistente? Il proprietario del numero è inesistente. Cosa significa inesistente? Non esiste? Non esiste?!?! Ma come non esiste? Come può non esistere?

Esistere.

Ecco il punto. All’improvviso qualcosa non esiste più. Qualcuno non esiste più, e insieme a questo qualcuno, tante altre vite sembrano svanire nel nulla, un nulla surreale, impercettibile ma doloroso e profondo, che graffia nell’intimo, nel cuore, nell’anima, che ti rende la vita in bianco e nero, un bianco e nero orrendo, non di quelli che rievocano un passato armonioso, forse un pò anche storico e quindi anche altrettanto  romantico di quando guardi delle foto sbiadite di tempi oramai passati e ti viene anche forse da sorridere

Niente di tutto questo.

E’ bianco e nero, dove il bianco è solo bianco e il nero è mestamente solo tale. E come tale porta allo sconforto più puro. Un nero scuro, fatto di pigmenti impercettibili ma altrettanto nitidi, che rievoca notti insonni passate nel dolore, nella disperazione nell’assistere alla sofferenza umana più pura , totalmente inermi, troppo impotenti, troppo umani e al tempo stesso, chiedendo di non essere tali, al dolore, al pianto, al sentirsi miseri di fronte a tutto questo, dove il concetto di vita è una chimera e chi lo prova sa bene che non potrà più perseguirla.

E saper tutto questo, l’essere coscienti di non poter vedere l’alba del giorno dopo, capire che gli sguardi di chi ti vuole bene finiranno a breve, forse in un soffio o forse in tante ore, ma sapere che finiranno comunque e guardare chi ti ama e chi ami per l’ultima volta, è una condanna, una sofferenza, un dolore indescrivibile. E’ una cronaca di una morte annunciata, con la  consapevolezza di ciò che sta succedendo, anche se gli atteggiamenti, gli sguardi, le parole dette son così distanti da tutto questo, quasi a sublimare, a scansare quello che si sa che avverrà.

Avverrà. Lo sappiamo tutti quanti, lo sa anche chi sta per andare via, con un dolore immenso, maggiore di chi assiste a tutto ciò, ma non è facile accettarlo da ambedue le parti.

E ci si rigira in atteggiamenti finti, o meglio, di umile difesa umana, cercando di non pensare, di preferire il famoso detto di vivere la vita in ogni istante e rendersi veramente conto di cosa significhi per la prima volta e capire che non è facile nemmeno questo. Non è possibile farlo nella normalità, figuriamoci in certe situazioni.

Vedere chi ami chiederti di ucciderti, con umiltà, con freddezza, con dolore, con la voglia di finirla lì, perché la mente non riesce a sopravvivere al dolore fisico e piangere di rabbia e di debolezza perché non si trova il coraggio di dare aiuto, lottando con una moralità innescata troppo tempo prima e la voglia di far finire questa sofferenza che devasta l’anima.

Cosa fare? Come reagire? Dove trovare le forze? Come sopravvivere?

Non lo so. Io non lo so veramente e non ho risposte a tutto ciò.

So solamente che oggi, a distanza di sette mesi, io sono devastata da un  profondo dolore, dal ricordo di quegli ultimi giorni in cui ho, abbiamo affrontato tutto questo, dal sapore amaro della morte, dagli sguardi d’intesa che mi aprivano un mondo amaro e di dolore estremo e che mi mettevano costantemente a confronto con la vita e con la morte, che io temo e di cui ho paura, con le sue richieste di aiuto per cose che nella normalità ci sembrerebbero banali, col pianto, quasi bambinesco per stupidaggini, dal soffiare il naso a l’essersi fatti tutto addosso e per questo sentirsi in estrema difficoltà, umiliati nel profondo di se stessi,  nel chiamarmi “mamma” in momenti di estremo disagio fisico e mentale. al chiedere di lavare i denti con quel determinato dentifricio, alla minestrina di semolino o alla pastina in brodo per farla mangiare proprio per farla sentire normale, noncurante della flebo che aveva costantemente in vena, al cambiarle la camicia da notte tutte le sere, al pettinarla ogni mattina e sera, al metterle la crema per il viso e per il corpo massaggiandole le gambe oramai meste, al farle vedere i suoi programmi preferiti, a cercare dei ricordi ormai lontani per farglieli sentire in qualche modo vicini  … e cosi via, senza tregua, senza limiti, con la sofferenza fisica e morale di chi non riesce più a fare da se e io lì, sempre lì a cercare di non farle provare il disagio di tutto questo, rassicurandola in ogni istante, ogni momento, ogni minuto, ogni secondo di vita…

Continuo a comporre il cellulare di mia madre e la voce mi dice sempre la stessa cosa:

“…il numero selezionato  è inesistente”…

Lei non esiste più, non c’è più…

Lei non è  più qui con me e io mi sento morire anche se so bene che io vivo e sono qui.

Solo questo.

Miagolato il 14 September 2010 - 13:30

Come cambia la vita in 17 anni…

Quel giorno ero in tutt’altra faccenda affaccendata… e oggi mi guardo indietro è mi sembra impossibile che le cose accadute quel giorno, ora non esistano più.

Miagolato il 26 October 2008 - 23:29
Amici, Dolore, Ricordi by Miciastra

Avevi dodici anni quando ti ho incontrato per la prima volta. Eri vivace, energico, un pò matto. Eri carino da morire, già a dodici anni, con quegli occhi così maliziosi, con la verve tipica toscana, con la parlantina vivace e tenera.

Chicco, così ti chiamavamo tutti, ed eri proprio un chicco, una cosa piccola ma viva e tenera.

Sono passati gli anni e  sei stato sempre anche sotto la mia ala.  Tu eri tu, e bisognava prenderti per quello che eri, nel vero senso del termine. Vivace, estroverso, attaccabrighe, bisognoso di certezze, di essere idolatrato, sempre alla ricerca dell’applauso degli altri. Bravo nel tuo lavoro, eccezionale  e virtuoso, caparbio ed insistente, egocentrico e timido.

Sempre alla ricerca di amori, di momenti particolari, di emozioni del momento, della bellezza, della vita.

 Eri così, sempre vestito alla moda, sempre alla ricerca del particolare. ricordo quanto ti ho preso in giro per il cappellino e la felpa rosa di playboy…

Ieri mattina mi è arrivata una telefonata. “Ho una bruttissima notizia, Federico è morto”.  “Come morto? Che significa?” “E’ morto, miciastra, è morto per un attacco fulminante di leucemia”.

Silenzio. Sgomento. Dolore.

Ecco quello che ho provato.”Ma come? Domenica era ad Olbia a giocare…”

Chiamo gli amici in comune. Chiamo Stefano. “Si è sentito male, non ha giocato e Daniele lo ha riportato ad Arezzo.

Aveva la febbre alta, stava davvero male. I medici dicevano che aveva la polmonite. Poi hanno detto che era leucemia, ma quella devastante, quella che non perdona”.

E  non ha perdonato.

Mi mancherà quella felpa, mi mancherà quel sorriso spavaldo, mi mancherà la tua parlata, mi mancherà la tua ironia, mi mancherai tanto e per sempre.

Domani verrò ad Arezzo, al tuo funerale, sarò lì come tante altre persone ma sappi che  non piangerò, non voglio farlo, ti guarderò e vedrò un campo da tennis e te che giochi, battagliero come sempre, allegro, vivace e vivo più che mai.

Mi spiace, Chicco, Fede, mi spiace tanto perchè non rivedrò più i tuoi occhi, la tua bella faccia e non ci racconteremo più tante cose. E’ finita. Finito tutto.

Morire a ventotto anni è veramente assurdo. E mi fa incazzare. E mi fa intristire. E mi fa veramente incazzare.

Ciao Chicco, ciao Fede, non ti dimenticherò mai e mentre ti dico tutto questo, una rabbia assurda mi avvolge e mi fa stare ancora più male.

Miagolato il 14 September 2008 - 11:13
Dolore, Emozioni, Mood, Ricordi by Miciastra

Mamy

Forse per farmi coraggio, non so. O forse per riempirmi il cuore.

Questa mattina  guardo le fotografie che ho nel mio computer.

Le guardo e le riguardo e penso a tante cose passate. E’ incredibile come la paura di perdere qualcuno ci faccia ricordare cose apparentemente dimenticate o messe da parte in qualche meandro dell’anima, qualora esistesse.

In questo periodo la mia mente vaga autonomamente tra i ricordi e rivivo momenti intensi, frasi dette, situazioni incredibili. Alle volte vorrei fermarla ma non ci riesco; lei vuole ricordare tutto e non si ferma mai, nemmeno la notte.

E la notte non è più fatta per dormire, per riposare, per ricaricare la mente ed il fisico. No, non dormo più.

Mi soffermo su questa foto che ho sempre amato particolarmente perchè è lei, il suo sorriso è ancora quello, lo sguardo, malgrado gli anni, non è cambiato  affatto e perchè sono anche io e, sommessamente vorrei essere io a dover vivere tutto questo al posto suo.

Miagolato il 25 July 2008 - 0:26
Amici, Emozioni, Mood, Ricordi by Miciastra

Giornata strana, quella di ieri.

Giornataccia, oserei dire. Accade che tu sia molto indaffarata con il lavoro, che dovrebbe essere molto più tranquillo in questo periodo ed invece non lo è affatto, con le cose di casa, le lavatrici da fare e la roba da stirare con il caldo che fa, con le persone, tutte isteriche, tutte iper attive malgrado il periodo, con tutto, insomma.

Accade che ti incazzi con l’orda di email che ti arrivano e che, in giornate in cui l’unico posto dove dovresti veramente stare è il mare, ti indispongano al massimo. Accade che realizzi che sei stanca, che sei l’unico essere umano a Roma ad essere ancora bianco come una medusa, segno, questo, che la spiaggia non l’hai vista ancora…

Accade che i colleghi ti infastidiscano, con le loro cazzate, con i litigi inutili, con le falsità, con lo scarica barile continuo e costante e pensi che, se non avessi bisogno di lavorare, ti alzeresti dalla sedia, prenderesti la borsa ed elegantemente te ne andresti via, in silenzio, senza girarti più…

Accade di leggere per caso una email scomoda, in cui una persona che reputavi quasi amica,  cerca di rovinarti la vita …

Accade che il tuo capo si comporti come un bambino piccolo e faccia i capricci e che tu lo guardi senza capire fino in fondo cosa voglia veramente, e pensi, allo stesso tempo, a quanto sia inutile tutto questo.

Accade che tu debba partire per un altro lavoro e che nessuno ti spieghi cosa dovrai fare e ti senti di andare allo sbaraglio e non ti piace perchè sei abituata ad altro. Accade che ti arrivino degli sms da parte di una persona che hai deciso che non dovrà far parte della tua vita, perchè appena l’hai conosciuta ti ha detto che “niente e nessuno mi stupisce, mi stimola più” e da questa frase tu hai capito che a trent’anni tutto questo è molto triste ed anche di essere decisamente diversa da lei e che il sole e la luna ancora riescono a trasmetterti qualcosa.

Accade che ti manca tuo fratello, che non lo senti e non lo vedi da due mesi e che non puoi far altro che rispettare il suo silenzio perchè sei cosciente che sta passando un periodo di merda con la compagna che non gli fa vedere il bambino, che, alla fine, sarebbe anche tuo nipote.

Accade che l’ amica di sempre che ospiti a casa da ben due lunghissimi anni, diventi soffocante, ammorbante, ingombrante e che tutto quello che dice e che fa, diventi un macigno per i tuoi nervi, anche se le vuoi un bene immenso.

Accade che tu debba necessariamente fare un viaggio  in giornata e che l’intraprenderlo ti getti nel panico perchè riversi tutta la tua ansia in qualcosa di astratto ed accade che nella borsa tu senta il bisogno di mettere il pasaden, cosicchè, in caso di panico sull’autostrada, tu possa ricorrere ad un riparo e al tempo stesso, questo gesto, ti butti nella tristezza più pura perchè è il segno tangibile che non sei più come un tempo, che qualcosa dentro di te è decisamente cambiata in peggio e di come le paure, ora, abbiano sempre di più il sopravvento e questo ti ricolleghi subito ad un pezzo di vita passata da tanto tempo, che credevi di aver superato ed invece non è così.

Accade di sentirmi inutile, sola, di guardarmi intorno ed improvvisamente ed inspiegabilmente di giustificare il gesto che mio padre ha fatto tanto tempo fa, togliendosi non tanto elegantemente di torno.

Accade che il mio amico del cuore mi telefoni e mi dica che è sterile, che non potrà avere bambini e che si sente morire dentro.

Accade di aver la voglia di ricominciare tutto altrove, tra gente che non sa nulla di me, del mio passato così troppo vissuto, che non conosce la mia anima nera che vive dentro di me, che mi accompagna da troppo tempo; quest’anima che non amo, che mi fa sentire sporca, dalla quale vorrei staccarmi ma so che farà parte di me per sempre e solo l’amore potra tenerl a bada.

Accade che io abbia paura di amare, di affrontare il mio percorso.

Ma, poi, arriva una telefonata da lontano. E’ Claudio, il figlio di Gaspare. Gaspare lavora con me da 100 o forse 1000 anni. Lui è il mio uomo al Foro Italico. Lui gestisce il magazzino, lui è uno dei tanti che vive dietro le quinte ma fondamentale per tutti.

Gaspare, dopo Il Master Series di Roma non è stato bene. Ha fatto degli accertamenti ed hanno trovato un cancro al cervello grande come una palla da tennis, tanto per restare in tema.

L’ho chiamato quindici minuti prima che entrasse in sala operatoria e mi ha detto che era fiducioso, che aveva passato momenti peggiori (?) nella vita e mi ha esortato ad essere forte.

Sette ore di operazione. Al risveglio, parte sinistra paralizzata ed altre complicazioni. Il cancro al cervello non genera metastasi ma si riproduce quasi immediatamente. Claudio, il figlio, mi ha preparata al peggio. Ma al peggio non ci si prepara mai. Giorni di attesa, lenta ripresa.

Dua giorni fa, l’ho chiamato e mi ha detto che Gaspare stava meglio ma che non sarebbe arrivato comunque ai prossimi Internazionali di Tennis e che i medici avevano deciso di non ricorrere alla chemio e radio perchè sarebbe stato inutile.

Cronaca di una morte annunciata. Noi esseri umani dobbiamo sempre preparaci ma poi, quando arriva il momento, non lo siamo mai.

Ieri mattina mi chiama Claudio. Ho risposto al telefono dell’ufficio ed era lui. Ho capito subito, immediatamente. Gaspare ha avuto un embolo. Meglio così, mi sono detta. Ma il dolore era tanto. Cazzo. Era così fiducioso, così tranquillo. C’è gente ignobile che campa troppo. Ha ragione dyo, dio è morto o forse non c’è mai stato.

Ho finito le mie cose, quasi in trance, poi sono andata dall’estetista, quasi a voler esorcizzare la notizia.

Lì, mi arriva una telefonata da mia cugina. E’ morto suo padre, Livio Orazio, noto pittore contemporaneo, grande persona. Ha fatto parte della mia infanzia e pre adolescenza. Fissata fin da piccola per le arti, andavo nel suo studio/laboratorio e passavo ore ed ore con lui, il  Maestro. E’ così che l’ho sempre chiamato ed è così, che lo chiamerò per sempre. E mi parlava, mi spiegava le varie tecniche pittoriche e scultoree ed io lavoravo con lui, fiera di essergli accanto. Grazie a lui ho imparato a dipingere e, per anni, a fare di quest’arte un mestiere che mi ha dato da vivere.

Accade che ieri Gaspare e Livio Orazio mi abbiano lasciata e, improvvisamente, ho guardato il cielo e il mio “accade” mi è sembrato  inutile, piccolo, ridicolo, stupido, misero.

Stasera brindo a due grandi uomini che mi hanno insegnato tanto.

Ciao Gaspare.

Ciao Livio Orazio.

Grazie. 

 

Miagolato il 21 March 2008 - 0:52
Amici, Emozioni, Ricordi by Miciastra

Sono passati già 14 anni da quella giornata in cui, mentre guardavo la televisione, il programma fu interrotto da un’edizione straordinaria tel tg che annunciava che eri stata ammazzata in un’imboscata a Mogadiscio. Sono rimasta immobile, incredula, non riuscivo a credere a quello che stavo sentendo e vedendo. Lo squillo del telefono. Mia madre, dall’altra parte della cornetta, urlava qualcosa e non riuscivo a capire…

Poi tutto è diventato tristemente reale.

E mentre continuavo ad ascoltare il tg, sinapsi velocissime percorrevano la mia mente. Momenti della nostra infanzia ed adolescenza, istanti di vita vissuti insieme.

Io e te sul cammello allo zoo, terrorizzate  da quell’animale che, a quell’età, ci sembrava davvero strano.
Io e te a Piazza Navona nel periodo natalizio in braccio ad un Babbo Natale visibilmente finto.
Io e te a giocare alle signore.
Io e te con le pentoline.
Io e te con i nostri genitori le domeniche a pranzo fuori.
Io e te alle prese con la scuola e tu, più grande, che mi insegnavi a scrivere.
Io e te alle prese con le prime cotte.
Io e te e la nostra fissazione nel voler imparare le lingue. Tu l’arabo ed io l’inglese.
Io e te e l’impegno politico in quegli anni burrascosi.
Io e te ed i nostri ricordi.

Rimango l’unica depositaria di questi bei ricordi ed il fatto che oggi, se da google digito il tuo nome mi compaia la tua pagina su wikipedia… bhè… mi riempie di tristezza.

Preferisco ricordarci sul cammello allo zoo.

 

Miagolato il 29 December 2007 - 11:41

Occhi Miciastra

Guardo.

E’ una vita che lo faccio.

Io guardo in continuazione.

Osservo, scruto, analizzo quello che mi circonda.

Ho una curiosità innata ed amo profondamente il prossimo.

Per cui lo osservo sempre attentamente.
Che cosa ci posso fare????
E questa mia natura mi ha portato a studiare Psicologia.

Anni di ospediali psichiatrici e corsi di formazione professionale con i cosiddetti emarginati.

Parola grossa ed ai più, piuttosto vaga. Ma forse anche per paura ed ignoranza. Vedere una persona in carrozzina crea disagio, vedere una persona pazza per strada ne crea altrettanto. Ma perchè? Perchè se conosciamo una persona in carrozzina non chiediamo cosa  le è successo, mentre ad una persona con un gesso arriviamo addirittura a farci raccontare l’intero accaduto? E perchè se vediamo un cosiddetto “matto” per strada, ci allontaniamo immediatamente ed in qualche modo ci sentiamo “rassicurati”? Perchè vige la “regola” che MATTO= PUZZA, PERICOLO ed HANDICAPPATO= PERSONA DIVERSA e SICURAMENTE NON INTELLETTUALMENTE ABILE?

Io l’ho scoperto con gli anni. 

Ho visto gente che ha dovuto cambiare la propria vita a causa di un brutto incidente stradale, altri che sono stati operati di scoliosi e che non hanno mai più camminato, altri ancora con la polio, ancora altri in carrozzina per aver tentato il suicidio, gente con la febbre alta cadere dal balcone di casa, persone autistiche, malati mentali che parlano in tibetano per non farsi capire da “quelli” del CIM (Centro di Igiene Mentale).

Così ho passato gli anni migliori della mia vita, annusando il male ma quello vero,  quello in cui la sofferenza è vitale, vivendolo in prima persona e soffrendolo dentro.

Mi ricordo il mio primo approccio con queste realtà. L’ho avuta con un ragazzo fantastico, Stefano, che appena arrivata al Centro ha provato a smerdarmi subito. “Ciao, come stai?” La risposta è stata: ” e come sto…in carrozzina…” La mia risposta è stata spontanea…: “scusa ma, meglio a te che a me…”

Ho conquistato il suo cuore e la sua stima ma io ero sincera… veramente…

Da qui, anni ed anni di lavoro in questo “campo”, se così lo vogliamo definire.

C’era Alberto che ogni mattina disegnava il passaporto per il Giappone perchè doveva andare a comprare le medicine. Ed ogni santa mattina lo facevamo insieme e poi lui andava a comprare quello di cui aveva bisogno. Appunto, ogni santa mattina. Era il suo modo di gestirsi i medicinali.

E poi c’era Renato, gemello ed ottavo figlio di una famiglia molto povera, messo in manicomio all’età di nove anni perchè nel collegio non c’era più posto. Lascio a voi capire cosa è successo…

E Roberto. Uomo meraviglioso, studente in medicina alla fine degli anni ‘70. Persona di grande cultura, studioso di lingue antiche. La sua mente è caduta in un grosso baratro  in quegli anni di grossa rivoluzione e da lì non si è più ripreso. Persona piuttosto violenta, ex giocatore di rugby, temuto da tutti sia per il fisico che per la mente. Parlava in tibetano, prendendo per il culo gli operatori del CIM e tutti coloro che lo trattavano da pazzo. Veniva ogni mattina al Centro a piedi, vestito con un sacco juta e gli anfibi pieni di erba, percorrendo 15 chilometri all’andata ed altri 15 al ritorno, non curante del freddo intenso o del caldo torrido. Io ho sempre avuto un approccio molto personale con la tanto decantata follia, che per me non esiste assolutamente ed ho costruito un rapporto molto naturale, semplice, da persona a persona. Sono entrata nel suo cuore, ha capito che non doveva temere nulla e con me ha instaurato un rapporto vero, in italiano, senza violenze psicologiche, si è aggrappato a me, mi ha chiesto aiuto. Io ho fatto del mio meglio.

Oggi indossa vestiti, si è comprato una macchina, ha conosciuto una signora con cui trascorre molto del suo tempo, si gestisce i proprii medicinali e ogni tanto mi telefona parlandomi anche un pò in tibetano (che ovviamente non comprendo), giusto per farmi capire che il suo disagio è ancora lì, dentro alla sua testa ma che ha imparato a conviverci.

E poi Tina, partita in viaggio di nozze e caduta da un muretto mentre il neo marito la fotografava. Tetraplegica.

Luigia, caduta dal terrazzo all’età di nove anni a causa di una febbre molto alta. Paraplegica.

Maria, che per amore, ha tentato di uccidersi, sparandosi allo stomaco. Paraplegica.

Alberico, rampollo di una nobile famiglia, finito sotto un camion con la sua macchina. Tetraplegico.

Franceschina, tenuta segregata in casa per anni perchè ritenuta “strana”. Autistica.

Stefano, tumore alla spina dorsale a 20 anni, saltato sul lettino operatorio e mai più ridisceso con le sue gambe. Tetraplegico.

Mario, preso in pieno da una macchina mentre attraversava la strada. Paraplegico.

Sonia, operata per una scoliosi. Paraplegica.

Angelina, vissuta in un paesino di 4 anime e mai portata da un medico. Polio.

Fabrizio, Bibo per gli amici, bello come il sole. Morbo di Hodgkin (cancro alle ghiandole linfatiche) a 20 anni. Oggi non è più qui.

Sono entrata in queste vite per caso, come supplente d’inglese  e mi ha preso l’anima…

Sono stati in assoluto gli anni più belli della mia vita, gli anni più felici della mia vita e quello che io sono oggi lo devo solamente a quello che ho imparato con e da queste persone.

Ho imparato a guardare veramente quello che la vita mi presenta.

E voglio continuare a farlo.

Miagolato il 26 December 2007 - 21:45
Emozioni, Ricordi by Miciastra

 Orvieto

Natale ad Orvieto, nella casa che fu dei miei nonni, immensa, con tante  scale, con camere enormi piene di tante vite passate da qui, con i camini accesi ed un freddo polare fuori, con due cucine distanti l’una dall’altra ed ovviamente con le cose riposte metà da una parte e l’altra metà dall’altra.

Pareti colme di foto antiche, nemmeno più in bianco e nero, vecchi documenti che fissano un passato fatto di guerra, di persone in campi di concentramento,  di famiglie oramai estinte. Letti in ferro battuto dove hanno dormito persone della mia famiglia che non ho mai conosciuto ed ora in uno di quelli ci dormo anche io. Respiro la storia dentro a questa casa ma anche la mia infanzia perchè venivo nei mesi estivi a star qui con mia nonna.

Tanta gente, tanti parenti che oramai vedo solamente in queste sante feste, ai matrimoni ed ai funerali. Ed è tutto un tramestio in queste giornate perchè bisogna preparare da mangiare per tutti. La cucina principale, grande forse come tutta casa mia qui a Roma, ospita un grande tavolo in marmo esattamente al centro della stanza ed è qui  che si svolge il lavoro che un tempo accomunava tutte le donne della mia famiglia, me compresa.

Ho imparato molto da mia nonna, mia zia e mia madre. Le vedevo impastare, tritare, cuocere, preparare i tortellini a mano, cucinare anche su vecchie stufe che oggi sono state sostituite da cucine a gas.

Era un momento magico, per giorni e giorni le donne erano lì, anzi, eravamo lì a parlare ed a lavorare, a ridere e le ore passavano velocemente e la fatica non esisteva.

Gli uomini pensavano alla legna, al vino, alla frutta da andare a prendere in campagna dai contadini ed alla sera, tutti riuniti intorno ad una tavola grandissima, si mangiava, si rideva, si beveva.

La notte del 24 dicembre arrivava puntualmente Babbo Natale ed i bambini del momento, me compresa, vivevano un momento magico, irripetibile tanto che ho finto di crederci per anni proprio per continuare a vivere quel sogno.

Piano, piano la morte ha portato via le persone, una ad una, silenziosamente ed oggi ci ritroviamo a vivere una magia un poco annebbiata, con una punta di tristezza per quelle persone che non sono più con noi.

In più, in cucina ci sono rimasta praticamente io, poichè mia madre soffre di acuti mal di schiena e non può fare più di tanto e gli uomini se la svignano in continuazione, inventando cose assurde da fare anche perchè la frutta ed il vino vengono regolarmente acquistati nei negozi specializzati e la legna è nel ripostiglio in cortile.

Ed io mi faccio un culo infinito (mi si perdoni il francesismo) e vivo praticamente tre giorni in cucina, tra pentoloni, pesce, carni, patate, salse, patè, cose da lavare…

Non faccio in tempo ad arrivare che subito sono in cucina, con mia madre che, non potendosi muovere, mi massacra di compiti, parole e modi di preparare le cose, che non sono i miei.

E poi bisogna apparecchiare ed anche qui i chilometri si sprecano, vista l’ubicazione della tavola da pranzo rispetto alla cucina, scale comprese!

Ho fatto il calcolo che per andare da una cucina all’altra ci sono 18 scalini, ma sono scalini antichi che corrispondono a  circa 25 di quelli moderni!!!

Ovviamente i commensali non sono mai meno di 10, arriviamo anche a 15, sia a pranzo che a cena ma non solo il 24 e 25, partiamo dal 23 per arrivare al 26 sera… Una meraviglia!!!!

Se da una parte il Natale continua ad essere un momento particolare per tutti noi, dall’altra per me è diventato un incubo. Lavoro ininterrottamente per 4 giorni senza sosta ed arrivo al 26 in preda a convulsioni e non posso più vedere cose da mangiare in giro per giorni.

Oggi sono partita da lì poichè domani ho un impegno qui a Roma e devo confessare che non mi è dispiaciuto più di tanto, anche se lì ho lasciato mio fratello che non vedo praticamente mai.

Ma io devo RIPOSARMI….

Al momento di andar via mia madre mi ha detto: dai torna qui, così ti riposi un pò!!!!!!

 

(PS: i tortellini li ho comprati però!!!!)