Miagolato il 13 April 2012 - 2:49

E’ un brutto periodo.

Lo so.

Non ci posso fare nulla.

Lo so e basta.

Mi sento defraudata del mio passato, di una memoria storica che io non ho, dei limiti nei ricordi che mi alienano, mi fanno paura. Temo di non poter ricordare tutto il mio passato e non solo il mio. Ho tentato di ricostruire le mie radici, l’ho fatto una sera con mia madre ma ho perso il foglio dove ho scritto tutto. E mi maledico per questo. Certe cose io non le so e non ci posso arrivare più. E mi fa incazzare. Sento il limite e non mi piace. Come posso fare? Io ho dei ricordi, quelli si, ce li ho, ma sono limitati nel tempo. Odio il tempo. Voglio risalire alle mie origini, ne sento il bisogno ma non ho più nessuno per farlo. Che rabbia…

Ho avuto una nonna importante, nonna Santina, santa di nome e di fatto, maestra di matematica, donna forte ma dolce, remissiva ma non troppo, dedita alla vita degli altri ma attenta a non oltrepassare mai i limiti. Come ho detto, maestra di matematica. Mi raccontava che la mattina si alzava alle 5 e, con il calesse (!) andava nei paesi vicini ad insegnare la matematica ai bambini dei contadini… ha sposato mio nonno in seconde nozze perchè era vedovo. Un nonno autoritario, distante da tutti e da tutto, direttore di banca che all’epoca significava molto perchè, in una realtà paesana, dava o non dava la possibilità alla gente di vivere o meno.  Erano molto diversi. Lei era fantastica, lui un pò meno. Lo chiamavano il “reuccio”, appellativo certamente non grazioso. Lei era bella, dolce, forte e cucinava bene, tanto bene. Mi ricordo che mi preparava il latte fritto, ricetta oramai persa nel tempo e poi il pane bagnato con lo zucchero, la marmellata di mele cotogne fatta dal lei, le uova fresche con il buco da bere ogni giorno, il cucchiaio di vino rosso perché faceva buon sangue, il cervello fritto (oddio) obbligatorio una volta a settimana, le seadas con il miele perché rendeva l’animo più dolce, la carne panata con le patatine fritte perché mi piacevano da matti… tutto questo mi allietava la vita nei pomeriggi e nelle sere  quando andavo a casa sua per studiare la matematica, materia a me decisamente ostica. E me la ricordo bene, mia nonna Santina, santa di nome e di fatto. Riusciva, non so come, a comprendere sempre gli altri, riusciva a trovare un significato plausibile a tutto ciò che accadeva intorno a lei. Eppure la vita non era stata troppo gentile con lei…

Mi ricordo che ogni giorno, al ritorno da scuola, andavo da lei a mangiare poichè i miei genitori non erano mai a casa e lei, dopo avermi cucinato cose meravigliose, non so nemmeno come, riusciva a farmi fare i compiti subito, senza pausa, e io non sentivo la fatica. Mi diceva sempre “che bestia che sei in matematica, ma non preoccuparti, non è così importante per la vita”… Avera ragione… a tutt’oggi io e la matematica siamo due cose ben distinte ma io vivo bene ugualmente!!!

Ricordo che mio nonno era il presidente della Lion’s Club e mia nonna, certe sere, si metteva in ghingheri e andava alle cene e io la guardavo esterrefatta, incantata… era tutta luccicante, come dicevo io all’epoca, e pensavo fosse una fata e la guardavo estasiata…

Nei pomeriggi insieme, quando nella cattedrale di Orvieto c’era un matrimonio, lei mi portva sempre a conoscere la sposa perchè io adoravo le spose e dovevo toccare i vestiti. Ricordo una volta in cui, vedendo una sposa uscire dalla chiesa, ho costretto mia nonna a chiederle di portare il velo e poi, talmente emozionata per quel ruolo, le ho rotto con le dita tutto il velo…

Era bella, mia nonna Santina, aveva classe da vendere, sempre elegante, una signora in ogni situazione. Adorava me e mio fratello, figli di suo figlio, il maschio di casa, il medico, il chirurgo, il figlio intelligente e fortunato, il degno erede di cotanto cognome che porto, erede di una dinastia di artisti famosi e gente altolocata, anche se io me ne frego altamente. Lei aveva due figli, mio padre e mia zia. La zia era innanzitutto femmina e anche poco intelligente. La femmina, a quel tempo, era di secondaria importanza. Il maschio era tutto. E in questo clima poco idilliaco sono cresciuti mio padre e sua sorella. Mio padre, da Orvieto, si è trasferito a Roma per studiare, si è laureato con il massimo dei voti in medicina e ha trovato subito lavoro, mia zia ha tergiversato a lungo e poi ha trovato un marito altamente impelagato nella politica di allora, un socialista craxiano, che le ha fatto avere, se posso dirlo, una bella laurea in farmacia. Ma, malgrado tutto ciò, mio padre era mio padre ed era maschio. Il resto non contava più di tanto. Poi siamo arrivati noi, io e mio fratello, belli, biondissimi, figli del figlio maschio e la vita di mia nonna Santina riprendeva senso, dopo l’abbandono dei suoi figli dalla casa paterna. Mia zia, nel frattempo, si era sposata e aveva messo al mondo due figlie, ma, agli occhi di mia nonna, non erano alla nostra altezza… E tutto ciò ha portato ad una grossa rottura tra la mia famiglia e quella di mia zia, o meglio, tra mio padre e sua sorella, con tutte le conseguenze del caso.

Mia nonna Santina ha adorato mia madre, raro caso in cui la classica diatriba tra suocera e nuora decisamente non esisteva. Erano in simbiosi, una donna intelligente con un’altra donna altrettanto tale. Ho dei ricordi bellissimi di loro due e ancora oggi mi porto dentro delle sensazioni bellissime, ricordi teneri e allegri, risate che ancora riecheggiano nell’anima…

Mio padre era un uomo difficile, uomo di grande intelletto, un grande medico, una persona seria, affabile ma al tempo stesso rigido, però sempre con un lato comico, ironico. Mi ricordo che si divertiva a fare tanti scherzi, scherzi che ho poi ritrovato nei film di Ugo Tognazzi. Medico con la “emme” maiuscola. amava il suo lavoro, la sua missione, come la chiamava lui. Erano gli anni ‘70  e il boom di suddetta categoria  era all’apice, ma mio padre non aveva intenzione di fare carriera. Gli avevano offerto un incarico importante, aiuto del Primario di chirurgia generale nell’ospedale San Giacomo di Roma e lui aveva rifiutato. Preferiva lavorare al Pronto Soccorso la notte. Gli piaceva salvare la vita della gente e basta. Mi ricordo un racconto fattomi da lui in cui, una sera era arrivato un personaggio famoso, poi identificato come Helmut Berger, che aveva tentato il suicidio (ironia della sorte) presentandosi al Pronto Soccorso con un coltello piantato nel ventre e che lui lo aveva salvato, o il giocatore Re Cecconi, arrivato al Pronto Soccorso con una pallottola nel ventre e che lui, ahimé, non era riuscito a salvarlo e se dannava l’anima… Diagnosticava malattie al solo guardare negli occhi della gente e non gliene fregava nulla di tutte le varie carriere che gli roteavano intorno. Mia nonna Santina era fiera di lui, per lei, lui incarnava l’essenza della sua vita ed era ergogliosa del figlio che aveva partorito.

All’epoca, mio padre aveva già noi e mia madre. Mia madre premeva per fargli fare carriera ma lui se ne fregava altamente. Mi madre, sempre all’epoca, lavorava molto e guadagnava altrettanto, anche oltre mio padre e da lì, la situazione ha cominciato a degenerare. Metriche strane in cui non voglio entrare più. Non riuscivano più ad andare d’accordo. Mi ricordo litigi inutili, esasperati, esagerati, paradossali, oltremodo eccessivi. Di lì a poco, inevitabile, la separazione. Mia nonna Santina era atterrita, triste, non riusciva a farsene una ragione. Piangeva, dimagriva a vista d’occhio, non era più la stessa nonna di prima. Il silenzio regnava con lei e in lei. Si era creata un mondo tutto suo, fatto di silenzi esasperanti che anche io riuscivo a cogliere, benché all’epoca ancora 12enne. Mia nonna Santina era cambiata, il suo eterno sorriso alla vita non c’era più, dimenticava tutto, sembrava non essere più attaccata a nulla. Non era più la mia nonna e non riuscivo a capirne la ragione ma ricordo una sofferenza fisica ed espressiva che non mi toglierò più dalla mente e dal cuore. Lei sapeva, oggi lo so, che stava per arrivare un giro di boa. Ed infatti così è stato.

Una volta separati, mio padre ha obbligato sua madre a non rivolgere più la parola alla mia, vuoi per gelosia, vuoi per limiti, vuoi per fragilità e lei si è congedata da mia madre dicendole che le voleva bene, che gliene avrebbe sempre voluto tanto e che le dispiaceva troppo ma che non poteva sottrarsi al  volere di suo figlio e che non avrebbe potuto più parlarle. Erano sempre gli anni ‘70…

Mi nonna Santina era una donna semplice ma sempre speciale, una donna con gli attributi, donna che è sopravvissuta alle angherie di un marito freddo e distaccato, che l’ha trattata sempre con sufficienza, è sopravissuta alla morte di suo marito, al suicidio del suo figlio preferito. Una donna vera, insomma. di quelle che non se ne trovano in giro.

Lei è morta dopo suo marito e suo figlio, attaccandosi ai suoi ricordi, al suo forte credo in dio, alla sua semplicità , al suo profondo senso della vita, all’amore che ha dimostrato nei confronti di tutti, andando anche, alle volte, contro corrente, ma mantenendo sempre la sua personalità, assecondando stupidi sentimenti, vivendo la vita con estrema umiltà e non dimenticando mai di esternare l’affetto per i suoi cari, anche in situazioni estreme.

Dico solo che mia madre, deceduta a giungo scorso, portava ancora la vestaglia che mia nonna Santina le aveva regalato, sempre negli anni ‘70.

Tutto ciò ha un senso. Lo deve avere.

Cara nonna Santina, sei e sarai per sempre la mia nonna preferita e mai come in questo periodo vorrei averti vicina.

Ti voglio e ti vorrò sempre un gran bene. e spero, anche se mi trovo, mio malgrado, ad essere completamente atea, che tu possa esserti ritrovata con mia madre e che da chissà quale parte, voi possiate esservi ritrovate anche nell’affetto che avete sempre provato reciprocamente l’una nei confronti dell’altra.

Vi immagino, e voglio proprio farlo, a ridere e scherzare come un tempo. Tempo che io ho vissuto con voi.

Grazie nonna mia, abbi cura della mia  mamma.

Sempre e per sempre.

Tua nipote.

Miagolato il 8 February 2012 - 3:09

…e la voce lo dice quasi scandendo le parole. Parole terribile che mi suonano assurde.
Come inesistente? Come può essere inesistente? Cosa è inesistente? Chi è inesistente? Il proprietario del numero è inesistente. Cosa significa inesistente? Non esiste? Non esiste?!?! Ma come non esiste? Come può non esistere?

Esistere.

Ecco il punto. All’improvviso qualcosa non esiste più. Qualcuno non esiste più, e insieme a questo qualcuno, tante altre vite sembrano svanire nel nulla, un nulla surreale, impercettibile ma doloroso e profondo, che graffia nell’intimo, nel cuore, nell’anima, che ti rende la vita in bianco e nero, un bianco e nero orrendo, non di quelli che rievocano un passato armonioso, forse un pò anche storico e quindi anche altrettanto  romantico di quando guardi delle foto sbiadite di tempi oramai passati e ti viene anche forse da sorridere

Niente di tutto questo.

E’ bianco e nero, dove il bianco è solo bianco e il nero è mestamente solo tale. E come tale porta allo sconforto più puro. Un nero scuro, fatto di pigmenti impercettibili ma altrettanto nitidi, che rievoca notti insonni passate nel dolore, nella disperazione nell’assistere alla sofferenza umana più pura , totalmente inermi, troppo impotenti, troppo umani e al tempo stesso, chiedendo di non essere tali, al dolore, al pianto, al sentirsi miseri di fronte a tutto questo, dove il concetto di vita è una chimera e chi lo prova sa bene che non potrà più perseguirla.

E saper tutto questo, l’essere coscienti di non poter vedere l’alba del giorno dopo, capire che gli sguardi di chi ti vuole bene finiranno a breve, forse in un soffio o forse in tante ore, ma sapere che finiranno comunque e guardare chi ti ama e chi ami per l’ultima volta, è una condanna, una sofferenza, un dolore indescrivibile. E’ una cronaca di una morte annunciata, con la  consapevolezza di ciò che sta succedendo, anche se gli atteggiamenti, gli sguardi, le parole dette son così distanti da tutto questo, quasi a sublimare, a scansare quello che si sa che avverrà.

Avverrà. Lo sappiamo tutti quanti, lo sa anche chi sta per andare via, con un dolore immenso, maggiore di chi assiste a tutto ciò, ma non è facile accettarlo da ambedue le parti.

E ci si rigira in atteggiamenti finti, o meglio, di umile difesa umana, cercando di non pensare, di preferire il famoso detto di vivere la vita in ogni istante e rendersi veramente conto di cosa significhi per la prima volta e capire che non è facile nemmeno questo. Non è possibile farlo nella normalità, figuriamoci in certe situazioni.

Vedere chi ami chiederti di ucciderti, con umiltà, con freddezza, con dolore, con la voglia di finirla lì, perché la mente non riesce a sopravvivere al dolore fisico e piangere di rabbia e di debolezza perché non si trova il coraggio di dare aiuto, lottando con una moralità innescata troppo tempo prima e la voglia di far finire questa sofferenza che devasta l’anima.

Cosa fare? Come reagire? Dove trovare le forze? Come sopravvivere?

Non lo so. Io non lo so veramente e non ho risposte a tutto ciò.

So solamente che oggi, a distanza di sette mesi, io sono devastata da un  profondo dolore, dal ricordo di quegli ultimi giorni in cui ho, abbiamo affrontato tutto questo, dal sapore amaro della morte, dagli sguardi d’intesa che mi aprivano un mondo amaro e di dolore estremo e che mi mettevano costantemente a confronto con la vita e con la morte, che io temo e di cui ho paura, con le sue richieste di aiuto per cose che nella normalità ci sembrerebbero banali, col pianto, quasi bambinesco per stupidaggini, dal soffiare il naso a l’essersi fatti tutto addosso e per questo sentirsi in estrema difficoltà, umiliati nel profondo di se stessi,  nel chiamarmi “mamma” in momenti di estremo disagio fisico e mentale. al chiedere di lavare i denti con quel determinato dentifricio, alla minestrina di semolino o alla pastina in brodo per farla mangiare proprio per farla sentire normale, noncurante della flebo che aveva costantemente in vena, al cambiarle la camicia da notte tutte le sere, al pettinarla ogni mattina e sera, al metterle la crema per il viso e per il corpo massaggiandole le gambe oramai meste, al farle vedere i suoi programmi preferiti, a cercare dei ricordi ormai lontani per farglieli sentire in qualche modo vicini  … e cosi via, senza tregua, senza limiti, con la sofferenza fisica e morale di chi non riesce più a fare da se e io lì, sempre lì a cercare di non farle provare il disagio di tutto questo, rassicurandola in ogni istante, ogni momento, ogni minuto, ogni secondo di vita…

Continuo a comporre il cellulare di mia madre e la voce mi dice sempre la stessa cosa:

“…il numero selezionato  è inesistente”…

Lei non esiste più, non c’è più…

Lei non è  più qui con me e io mi sento morire anche se so bene che io vivo e sono qui.

Solo questo.

Miagolato il 16 September 2010 - 8:30
Riflessioni by Miciastra

Perché non ascolto più  musica?
Vivevo di musica.
Perché non riesco più a leggere?
Amavo tuffarmi nei libri.
Perché non ho inseguito i miei sogni?
Pensavo di poter far tutto nella vita.
Perché mi sono lasciata andare?
Pensavo di essere più forte.
Perché mi sento addosso un grande senso di fallimento?

Questa è una bella domanda.

Miagolato il 14 September 2010 - 13:30

Come cambia la vita in 17 anni…

Quel giorno ero in tutt’altra faccenda affaccendata… e oggi mi guardo indietro è mi sembra impossibile che le cose accadute quel giorno, ora non esistano più.

Miagolato il 29 January 2009 - 1:23

Dopo una giornata passata a far valere il rispetto verso il prossimo, nella quale ho ritirato fuori la mia grinta di un tempo e, da gran signora quale sono, ho fatto notare che le porte in faccia non si chiudono a nessuno, qualsiasi sia il tipo di rapporto ma men che meno quando ci si trova dinnanzi ad una signora, bhè, posso dire che la mia giornata si sia conclusa degnamente.

Se poi vogliamo aggiungerci una cena improvvisata con mio fratello e suo figlio, il padrone di Cuchicco, serata in cui il mio amore piccolo mi ha chiamata “tia” e mi ha abbracciato molte volte, spinto dal budino al cioccolato, l’ovetto kinder ed innummerevoli altre leccornie, bhè, devo ammettere che la giornata la posso ritenere soddisfacente.

Bello sentirsi chiamare “tia”, bello aver preparato il budino al cioccolato, sperando nella venuta di mio fratello e cucciolo annesso, bello vedere il padrone di Cuchicco chiedermi: “Tia, mi dai un pemio (manca la erre) se mangio la canne (idem come prima)?” Bello vederlo girare per casa, per la prima volta senza paure, tranne quella per il mio gatto Ruggero, bello sentirlo ridere, giocare con mio figlio, bello vederlo partecipare alla serata in maniera autonoma, bello sentirlo chiedere la “ppada lase” (mancano la “esse” e la “erre”, come sempre) e subito dopo brandirla con foga ed eccitazione…
Bello tutto questo.

Mi fa bene al cuore.

Miagolato il 28 May 2008 - 16:38
Mhmm, Riflessioni by Miciastra

Gli antichi greci pensavano che il carattere umano, e di conseguanza il comportamento, fosse il risultato di una mix di quattro umori o liquidi: bile nera, gialla, sangue e flegma.

La bile nera era un ipotetico liquido freddo e secco, quello della bile gialla era caldo e secco, il flegma era freddo e proveniente dal cervello ed il sangue, un umore rosso.
Di per sé ciascuno di questi quattro umori non veniva considerato come una malattia ma, se si veniva a creare un disequilibrio tra di loro, il risultato poteva portare proprio alla malattia ed anche alla morte.
Questi umori significavano quindi “stati d’animo” ed ancora oggi usiamo gli stessi termini per definire un carattere flemmatico, sanguigno, collerico o melanconico.
Già, melanconico.
La parola deriva dal greco melas, che vuol dire nero e cholé che significa bile.
Bile nera.
Ma la melanconia non è da considerarsi un liquido freddo e secco, piuttosto come uno stato d’animo, una venatura di tristezza che pervade il carattere e che lo rende silenzioso, introspettivo ma anche composto da una certa dolcezza di fondo.

La malinconia, invece, è un sentimento difficilmente spiegabile, inconsapevole, quasi indefinibile, che provoca una tristezza di fondo, il desiderio di un qualcosa che non si ha mai avuto e del quale se ne sente terribilmente la mancanza ed è da considerarsi come una lieve forma di depressione.

Dunque la melanconia è uno stato d’animo e la malinconia, un sentimento. 

Quindi, se il primo è uno stato d’animo è, di conseguenza, temporaneo, mentre il secondo, essendo un sentimento è permanente. Giusto?

Ed io che oggi mi sento strana, apatica, triste, malinconica, silenziosa, introspettiva, pensierosa, depressa, desiderosa di tutte le cose che non ho, dove mi colloco?

Sono una persona malinconica oppure questa è solo melanconia? Temporanea o permanente?

Sono sull’orlo di una crisi di nervi oppure sta emergendo il mio senso artistico ed introspettivo?

Che liquidi, che umori ho io? E se non li avessi per niente? E se fossi semplicemente una persona triste?

E se i greci si fossero sbagliati ed a me oggi girasse solamente il culo nel verso sbagliato?

Mah…

Miagolato il 25 May 2008 - 19:06

E’ così che si chiama l’orsetto di peluche di mio nipote.
Cuchicco.
Un nome importante, anche se un pò difficile da pronunciare.
Eppure si chiama così, il pronipote del famigerato ”Teddy Bear” della mia infanzia.
Cuchicco.
Un anno e cinque mesi, due occhi meravigliosi ed una impressionante somiglianza a quella che ero un tempo.
Cuchicco.
Senza cuchicco non si va da nessuna parte.
Il cuchicco è il cuchicco e non si dicute.
E mentre lo vedo muoversi in casa mia per la prima volta da quando è nato, a parte il capodanno del 2007 in cui aveva solo pochi giorni, riesco a commuovermi come non mi succedeva da tempo.
E’ una storia come tante, quella di mio fratello. Incontra una donna, decidono di fare un figlio, realizzano che non sono assolutamente fatti l’uno per l’altra e, a sei mesi di gravidanza, decidono di “comune accordo” di lasciarsi, di continuare a vivere ognuno la propria vita ma con la consapevolezza e l’intelligenza apparente di allevare il bambino che verrà nel migliore dei modi.
Concetto fico, intelligente, moderno, intellettualmente di alto livello.
Purtroppo le aspettative non saranno così e, alla nascita del padrone di cuchicco, si scatena l’inverosimile, con attacchi diretti, indiretti, avvocati, polizia, carabinieri, denunce e chi più ne ha, più ne metta.
E’ passato un anno e mezzo e mio nipote oggi è venuto per la prima volta a casa mia.
Inutile dire che non mi chiama zia, che non sa chi io sia, che non abbia la ben che minima coscienza del legame che c’è fra noi, che non abbia gesti affettuosi nei miei confronti, che non mi si butti al collo.
In questo anno e mezzo ho cercato di aiutare mio fratello, di stargli accanto, di consigliarlo ed anche di trovargli un bravissimo ed alquanto fetente avvocato perchè, se guerra deve essere, è bene che lo sia ad armi pari.
Ho visto scene inenarrabili, situazioni incresciose e di una tristezza infinita.
Ho visto mio fratello piangere, annaspare nel buio, ricorrere a sedute di psicoanalisi, dimagrire a vista d’occhio ed arrendersi alle situazioni che la madre del padrone di cuchicco innescava solamente per motivi economici.
Solo per soldi.
Mio nipote non mi conosce per un problema economico.
Mio nipote non sa che mia madre è sua nonna solo per problemi economici.
Cone si fa ad anteporre i soldi all’affetto? Come ci si riesce?
Eppure succede. Quando non ti tocca da vicino, sembra che una situazione simile sia destinata solamente ad una certa tipologia di persone. Ma non è così.
Il destino è decisamente beffardo e potente.

Ma oggi mio nipote è qui con me, si aggira per casa, gioca con il mio gatto che, stranamente, come se avvertisse il disagio e decidesse di dare una mano, non si muove, lo scruta, gli si mette accanto, si fa toccare.
Il padrone di cuchicco lo guarda esterrefatto, lo tocca, lo odora, gli parla, esclama frasi ancora incomprensibili a noi poveri mortali ma che hanno un significato profondo per lui…e forse anche per il mio gatto, chissà…

Mentre lo osservo aggirarsi per casa, penso a tutto quello che, in un anno e mezzo, questo cucciolo ha già passato ed un brivido mi pervade la schiena al pensiero di tutto quello che dovrà ancora affrontare, oltre alla vita normale di ogni bambino.

Ma lui ce la farà, noi siamo forti e lui lo sarà ancora di più e poi non è solo…

Guardo cuchicco e segretamente gli chiedo di vegliare su mio nipote, di dargli il calore e la sicurezza che non ha ancora avuto, di accompagnarlo nei sui sonni e di rallegrarlo nei suoi giochi.

Cuchicco non lo abbandonerà.

Ne sono certa.

Miagolato il 13 April 2008 - 9:49

Ebbasta!!! Si, lo voglio scrivere tutto attaccato e con due bi, forse perchè in certi frangenti, la mia romanità mi aiuta ma anche perchè “e basta” non soddisfa la mia profonda incazzatura.

Ebbasta con tutta ’sta gente che si candida. Non ne posso più. Alla candidatura manco solo io ed il mio gatto. Mi arrivano sms, telefonate, email, volantini nella cassetta della posta da parte di gente conosciuta tanto tempo fa e mai più rivista, che mi saluta, mi chiede come sto (figurati che cazzo gliene frega…) e poi scatta la fatidica frase che detesto: “sai mi sono candidato e…” E chissenefrega!!!! La risposta standard che ho adottato è: “oh, non preoccuparti, ti voterò senza ombra di dubbio”. Roba che dovrebbero darmi una ventina di schede per mantenere le mie promesse di giuda. Ma, se vengo presa per il culo, ripago con la stessa moneta.

Mi sento bombardata, defraudata della mia privacy e poi… gli sms sul cellulare mi fanno lettealmente andare in bestia. Chi cazzissimo santo gli ha dato il mio numero di cellulare!?!?! Come ci sono arrivati?

Poi ci sono anche gli incontri di quartiere. Nel mio, ci sono almeno 10 candidati. Gente che fino a ieri ho incontrato al bar, dal panettiere, al mercato, nel mio palazzo e con le quali, al massimo, ci si è detti un buongiorno ed un buonasera. Adesso, improvvisamente, grandi sorrisi…”ciao come stai?”…. Come sto?!?! E che cazzo te ne frega di come sto? Mi hai mai chiesto prima come stavo? Ma chi ssei? (chiedo venia, ma quando sono incazzata, uso un gergo ed una pronuncia tipicamente romani, da qui le parole unificate e le doppie, oltre alle parolacce…) Ma come t’antitoli? (questa è difficilissima) Ma mi hai mai invitata a cena a casa tua? Ti se mai proposto di darmi una mano quando ne ho avuto bisogno?

Mò sei entrato in politica (entrare in politica… moto a luogo… mah… io entro dal panettiere), fino a ieri facevi il cazzone al bar con gli amici, ah…in quel bar che viene chiamato “San Patrignano” chissà mai perchè… ed ora, tutto ripulito, con la tua bella giacca e cravatta, credi di prendermi per il culo ed offendi la mia intelligenza, pensando che basti un “ciao come stai?” per farmi calare le braghe e votarti?

S-C-O-R-D-A-T -E-L-O

Ma chi siete tutti voi? Che programma avete? Cosa proponete per rimediare a tutto questo casino e malcontento? Come risolverete i problemi che ci affliggono? Cosa direte alle persone che campano, si fa per dire, con 800 merdosissimi euro al mese e che, per non sprecare l’acqua, quando aprono il rubinetto per sciacquare qualcosa, lasciano una bacinella sotto per poterla recuperare? Lo sapete voi che c’è gente che fa anche questo? Ve ne frega qualcosa della vecchina del quarto piano che la sera resta al buio per non consumare corrente perchè non ce la fa a pagare la bolletta? Come mi aiuterete a comprare questa casa dove vivo perchè, se non lo faccio, mi sbattono fuori e con quella miseria di stipendio che prendo non ce la farò mai?

Siete tutti spuntati dal nulla, improvvisamente. Avete imbrattato la città con le vostre facce da cazzo, noncuranti dello spreco di carta che c’è stato, avete rotto le palle al prossimo, tampinando la gente come me ma soprattutto le persone anziane, abindolandole, facendo false promesse ed oggi volete il mio voto sulla fiducia? Ma quale fiducia? Ma chi siete ?

Minchia che rabbia che ho. Oggi si vota ed io oggi andrò. L’unica, enorme differenza è che questa volta sono proprio schifata sul serio, non ripongo più fiducia in nessuno, mi urtano solamente i nervi e basta.

Ho fatto attività politica per molti anni, sono cresciuta con un uomo intelligente e vero, che mi ha trasmesso grandi ideali, la lealtà verso chi ti sta di fronte, l’amore per le cose semplici, il rispetto per la vita di tutti.

Un uomo che, in quei tempi burrascosi degli anni 80, rischiava la vita tutti i giorni e malgrado questo è andato avanti per la sua strada perchè credeva in quello che faceva.

Sono crescitua così ed oggi mi sento persa fra tutte queste sigle nuove che nascono da un giorno all’altro, senza un passato, frammentando solo un credo antico e rappresentate da queste facce da cazzo senza arte né parte.

Oggi, per la prima volta nella mia vita, andrò al seggio elettorale e disegnerò una casetta.

Ma lo farò con la morte nel cuore perchè i miei ideali sono andati a farsi benedire.

E chissà, magari lunedì sera scopriremo che hanno vinto le casette…

Miagolato il 17 February 2008 - 9:11
Riflessioni, Zampate by Miciastra

Per la cronaca: ho giocato i numeri e non ho vinto niente…
Dovrebbe rientrare nella normalità, eppure mi sento derubata per la seconda volta…

Miagolato il 13 February 2008 - 14:45
Riflessioni, Zampate by Miciastra

Questo il numero che mi hanno comunicato ieri per telefono.
Questo il numero dopo ben quattro anni di attesa.
Questo il numero per doppia frattura dell’ala iliaca.
Questo il numero per frattura delle costole.
Questo il numero per frattura del piede destro.
Questo il numero per la paura avuta.
Questo il numero per 5 mesi stesa nel letto, senza muovermi mai.
Questo il numero per 2 anni di fisioterapia.
Questo il numero per 2 anni di sedute dall’osteopata.
Questo il numero per 6 mesi di cortisone.
Questo il numero per aver perso parte della sensibilità alla mano sinistra.
Questo il numero per le conseguenti due ernie cervicali.
Questo il numero per la paura e la preoccupazione che hanno avuto i miei cari.
Questo il numero per quattro anni di avvocati.
Questo il numero per tutti i dolori che oggi  mi porto addosso.
Questo il numero per tutti quelli che porterò per sempre con me.
Questo il numero per non poter più sciare.
Questo il numero per non poter più pattinare.
Questo il numero per non poter, per ora, ancora nuotare.
Questo il numero per i miei 10 kili in più che non riesco ancora a levare.
Questo il numero a compensazione di quanto mi è successo.

C’è stato un qualcuno che con 13.218,84 ha quantificato quattro anni della mia vita e le conseguenze fisiche e mentali che porterò per sempre con me.

Questo è quanto, questo qualcuno pensa che io valga.

La somma di questi numeri è 27, se sommo ancora è 9, se inverto è 72, se li separo è 2 e 7.
Me li giocherò.

Magari vinco…