Sono tornata da poco più di tre giorni da Reggio Calabria.
Viaggio di lavoro, davvero molto faticoso ma anche soddisfacente.
Il mio lavoro mi porta a dovermi “immergere” nelle persone, a doverle vivere nella loro totalità e per tutto il giorno, ad una continuità disarmante, che rasenta spesso il limite massimo di sopportazione. Ma è in questi momenti che colgo gli attimi fuggenti, che riesco a sentire il battito del mio cuore, il dolore nello stomaco, la quiete ed il tumulto nell’anima. E’ da qui che traggo forza e linfa vitali che mi permetteranno poi di sentirmi forte, energica, al meglio.
Ecco.
Le persone riescono ancora a stupirmi e questo non è poco. E ciò mi permette di poter ascoltare il battito del mio cuore e di sentirmi viva.
Grazie davvero.
Pubblico qui il pensiero di una persona che mi ha letteralmente rubato le parole dalla bocca e dal cuore.
“Bella domanda, specialmente se è posta ora.
Ognuno ne da una definizione, a partire dalla Chiesa e i suoi bigotti adepti, che la difendono ad oltranza.
Ho tirato giù ( scaricare non mi è mai piaciuto come termine, ricorda altre azioni ) la definizione da wikipedia e l’enciclopedia ha elencato quanto segue:
Dopo anni di studi e interrogativi si è arrivato alla stesura di sette pilastri fondamentali che definiscono il concetto di vita, cioè le caratteristiche che fanno di un agglomerato di composti chimici un organismo vivente, in questo modo:
1.Programma, cioè un piano organizzativo che descrive gli elementi e le loro interazioni.
2. Improvvisazione, cioè la capacità di cambiare il programma quando cambiano le condizioni.
3. Compartimentalizzazione, cioè la presenza di membrane o di altre strutture che dividano il vivente dal mondo esterno.
4. Energia, che deve essere acquisita e scambiata con il mondo esterno.
5. Rigenerazione, cioè il ricambio di strutture usurate o mancanti.
6. Adattabilità, cioè le risposte immediate ai pericoli o agli stimoli esterni.
7. Specificità degli enzimi che svolgono una certa funzione
Orrenda, non è vero? Ma è così.
La vita è una forma di energia, che l’uomo ha arricchito con la testa e con il cuore.
Una cellula, basandoci sulla definizione orrenda sopra citata è indubbiamente viva, ma che palle!!
Un essere vivente che non interagisce con il mondo esterno è vivo, ma non VIVE.
Ecco, non volendo ho differenziato la vita: vita scritta in minuscolo, quella delle cellule,
VITA scritta in maiuscolo, quella degli esseri umani.
La chiesa difende ad oltranza la vita a prescindere di come sia scritta, a patto che:
1. non sei eretico, nel qual caso puoi bruciare al rogo insieme agli oltre 5000 esseri umani bruciati ( senza i 2000 del top player Torquemada, ma lui era un fuoriclasse )
2.non sei rivoluzionario, nel qual caso la ghigliottina è assicurata ( chiedere di Targhini e Montanari )
3. non sei ebreo, nel qual caso l’olocausto che ti può beccare potrebbe anche non esistere.
4. non sei bambino negli stati uniti e frequenti la parrocchietta sbagliata
Se invece sei un vegetale e avevi espressamente detto che non volevi essere tale, non hai nessun diritto. devi vivere. Ma vivere con i caratteri minuscoli e costringere i genitori ad assistere a tale scempio.
Perchè vai in prima pagina e diventi assurdamente VIVA in quanto ognuno ti affibbia l’etichetta propria: la tua vita diventa merce di scambio ipocrita per il capo del Governo, che avrà fatto i suoi conticini statistici e impone la propria volontà persino modificando la Costituzione tanto adora fare leggi ad personam.
Così sarai VIVA, almeno fino a quando i riflettori saranno accanto al tuo lettino: al primo cambio di scena a mano a mano l’attenzione verrà meno, Bruno Vespa parlerà d’altro, la chiesa sarà costretta a rettificare l’ennesima gaffe del papa e i canali d’informazione faranno le maniche di vento a seguire la direzione imposta.
Così tornerai alla tua vita, con un padre disperato e te che sei talmente viva che potresti ( cito il Presidente del Consiglio ) rimanere incinta.
Nessuno capisce che vita sia la tua, Eluana, a nessuno importa come vivi.
Ti auguro di avere quello che desideri.”
Sabato pomeriggio è passato ed ora sono le 20.45.
Giornata faticosa perchè ho pulito casa, ho fatto la spesa, ho programmato la settimana perchè devo necessariamente farlo.
Sono proprio stanca. Vicissitudini lavorative mi hanno costretta a “stare sul pezzo” come non mai.
Grosse delusioni dal punto di vista professionale, per la prima volta nella mia vita ho toccato con mano la famosa questione delle raccomandazioni e mi sono vista proiettare in meandri oscuri. Il vomito e lo schifo provato in questi giorni non è possiblile descriverlo. La mia vita si basa essenzialmente sulla meritocrazia, sono una pura, non concepisco e non capisco chi si fa strada in maniera non canonica. Io non ho mai usufruito delle raccomandazioni anche se potrei ad avrei potuto sempre farlo, perchè credo fermamente nelle persone.
Ma mi è successo.
Mi è stato detto: “posso darti una non risposta, tra te e lei, devo scegliere te”.
Cazzo. Non è facile vivere tutto questo. Ho visto ben 26 anni della mia vita professioale andare in fumo, vanficati in una sola, misera frase.
Non ho dormito per ben due notti, pensando a tutto questo, a quanto io mi fossi sentita inutile, quasi un meteora, meramente di passaggio, in una situazione in cui, invece, avrei dovuto sentirmi diversamente.
Ho pianto.
Io non ho mai pianto per lavoro. Il dolore dovrebbe essere ben altro.
Si dovrebbe piangere per cose ben più profonde.
Eppure l’ho fatto.
Mi sono ritrovata in una situazione paradossale, allucinante, non gestibile.
Ed il cuore e l’amor proprio sono stati colpiti duramente.
L’istinto mi ha suggerito di stare in silenzio, di non parlare con nessuno e di far finta di niente.
E così ho fatto.
Ma il silenzio pesa nell’animo, nel cuore, nel non dover reagire, nel mandar giù tutto questo.
Sono stati giorni difficili, tristi, incomprensibili, assurdi.
Oltretutto, io, per carattere, proprio non riesco a stare zitta, per cui è stato veramente molto difficile.
Ad oggi, le cose sembrano appianate, ma rimane nel mio cuore il fatto che, con il loro gesto, abbiano comunque vanificato 26 anni del mio lavoro.
E non sto bene, affatto.
Improvvisamente mi sento un’ameba, un barbapapà, un numero di matricola, un niente.
Brutto, accidenti.
Per me deleterio.
Io credo in quel che faccio e sono sempre pronta ad aiutare tutti, non mi sono mai tirata indietro, non mi è mai “caduta la corona”, credo nel lavoro di squadra, con lo scopo unico di ottenere dei traguardi ottimali.
Non ho mai avuto paura di essere defraudata di qualcosa.
Purtroppo mi è successo e che brutta sensazione…
Ma oggi è sabato.
Ho pulito casa, ho aiutato mio figlio a fare i compiti, ho fatto la spesa, l’ho accompagnato dal suo amico.
E’ partito per il fine settimana. Diventa grande, mio figlio e si allontana come è giusto che sia.
Invernomuto aveva bisogno di aiuto e siamo andati a casa sua e l’abbiamo pulita a fondo.
Non mi è pesato, perchè lui è il mio miglior amico e farei quasiasi cosa per lui.
La “bicocca”, la mia “creatura” è pulitissima ed in ordine ed ora ci stiamo cucinando una spigola al forno e spaghetti alle vongole vera.
Questo mi ripaga dei dispiaceri della settimana.
Post post: ad essere sinceri, una cosa mi ha anche aiutata in questa settimana. Un mio caro amico, a cui voglio molto bene ha avuto una bambina da poco, Rebecca, nome bellissimo e lei bellissima, degna di cotanto nome, mi ha fatto pensare alla vita, a quella che inizia, senza pregiudizi, senza distinzioni, alla purezza ed il suo pensiero mi ha confortata molto, mi ha attaccata alla vita, alle cose semplici, al respiro, all’amore.
Penso spesso a lei ed il pensiero mi conforta, mi fa stare meglio, mi fa sentire pulita, quasi pura.
Grazie anche a Rebecca, creatura pura e semplice.
Sono sopravvissuta anche a questo Natale.
Partita il 23 per Orvieto, arrivo nella mia splendida casa umbra, la casa delle mie radici, dei miei antenati, dove ogni angolo racconta qualcosa e poichè sono circa 800 mq, di cose da raccontare ce ne sono a bizzeffe, si portrebbero addirittura organizzare dei giri turistici. C’è il “muro degli antenati” che mi incanta ogni volta che vengo qui. Facce inespressive ed in posa per foto scattate con i primi mezzi a disposizione, donne acconciate con chignon e sedute su portrone importanti con schiere di bambini tutti rigorosamente vestiti a festa e uomini con baffoni e sguardo altero. Loro sono i miei avi, quelli da cui discendo, quelli a cui devo la mia esistenza ma che non ho mai incontrato e, se non ci fosse mia madre che puntualmente mi ricorda i loro nomi ed i vari “incastri” familiari, io avrei dei grossi problemi a spiegare tutto questo a mio figlio. Bello il muro degli avi, bella questa casa che trasuda di vite passate. Il letto della bisnonna Olga, il comò della trisalvola Agnese, la madia dipinta da mia nonna, il lampadario che il trisavolo prese a Murano, che a comprarlo oggi bisognerebbe chiedere tutto il tfr. I pianoforte rigorosamente neri con porta candele tenuti sempre accordati, gli orologi a pendolo sincronizzati per suonare uno dopo l’altro che evocano film dell’orrore e che da piccola mi terrorizzavano. Mia nonna non li fermava mai perchè era segno di sventura; mia madre, pur non vivendoci, ha incaricato una signora che viene giornalmente a caricarli. Tradizioni. Tutto qui profuma di tradizioni. Il focolare sempre acceso, chiaro segno di vita in casa, la porta sempre aperta, pronta a dare il benvenuto a chiunque sia di passaggio. Oggetti strani, attrezzi serviti a chissà cosa, vecchi occhiali che si mettevano sul naso, piatti inglesi portati dal trisnonno, kit per le messe da campo dello zio prete che ha fatto la campagna d’Africa, che per esigenza di vita mise i pantaloni al posto della tonaca e per questo fu redarguito dalla chiesa. Oggi posso dire che lo zio di mia madre ha fatto da capostipite alla mise dei preti di oggi. Armadi che contengono vite passate, tessuti in canapa fatti a mano, tovaglie ricamate da chissà quale zia, prozia, biszia, triszia, quadrisizia, ricordi del fascio littorio, fotografie, oggetti, editti, medaglie, tirapugni, baionette. Tutto questo è passato da qui. Tutto si è fermato anche per un attimo dentro questa casa. E poi i racconti. Quanto mi piacciono. La notte in cui venne comuniato a mio nonno che mia madre l’indomani avrebbe dovuto consegnare al duce un fascio di fiori. Una notte in cui tutte le donne di casa hanno dovuto cucire il vestito da piccola italiana poichè mio nonno, non tanto fascista, non aveva mai voluto farglielo fare. E la gioia di mia madre nell’avere quel vestitino con quella bella M in metallo sul petto che stava a significare il fatidico “me ne frego” del de cuius e che a causa di famigerato vestitino non aveva mai partecipato alle adunate del sabato mattina…
E la gioia negli occhi di mia madre nel raccontarmi la vita passata, con la voglia recondita nel cuore a non far morire i ricordi. Tutti quanti, indistintamente.
Bello.
La memoria storica mi fa bene all’animo, mi fa sentire parte di un “qualcosa” che prima era molto forte tra le persone e che oggi non lo è decisamente più.
Oltre a tutto ciò, ho lavorato come una matta, sempre in cucina, sempre a preparare pranzi e cene per minimo undici persone, tanto che mi hanno soprannominato “Miss Rossella”, labellissima mammy di Via col Vento.
Ma, anche se stanca morta, non mi importa.
E’ stato un bel Natale, tutti insieme ma stavolta con il cuore.
Forse per la malattia di mia madre, non so e non lo voglio proprio sapere. C’eravamo tutti.
So solo che è stato bello e ne vorrei altri cento di natali così.

Come sono io?
Come sono io oggi?
Come reagisco alle cose della vita, alle relazioni, ai rapporti con la gente?
Sono una sognatrice. O meglio, lo sono stata per tanto tempo.
Accidenti quanto ho sognato in passato! Ho il senso della giustizia sproporzionato al peso del mio corpo. Troppo, forse. O forse no.
Ho sempre ricercato l’unicità delle cose, il nucleo, il fulcro, il centro… insomma, sempre alla ricerca del perchè e per come, andando nel profondo anche nelle cose superflue.
Sono una che non sta zitta mai, che dice sempre quello che pensa e questo mio aspetto mi ha creato spesso problemi notevoli.
Ho iniziato vivendo di eccessi perchè ero viziata, perchè non avevo problemi, perchè pensavo di potermelo permettere. Ho passato periodi in cui non uscivo di casa se non avevo le scarpe di Gucci ed il motorino del momento o il gioiello alla moda. Andavo tutte le domeniche a messa perchè era una cosa chic e poi a prendere l’aperitivo con gli amici. Ho preteso vacanze a Cortina, estati in Sardegna, rigorosamente in barca e rigorosamente tra Porto Cervo e Porto Rotondo, avevo insegnanti privati d’inglese, e francese, facevo la bella vita, quella spensierata.
Poi ho cominciato a mettere in moto il cervello e mi è nato un grande ideale politico che mi ha portato a vivere situazioni anche piuttosto spiacevoli, dalle botte agli attacchi del partito opposto al mio.
Ero lì, quel giorno quando Giorgiana Masi è stata ammazzata, ho abbracciato il femminismo quando ancora non era una moda o solo un modo di dire come oggi ed ho preso anche parecchi schiaffi. Mi sono trovata in situazioni che oggi definisco estremamente pericolose ma che, all’epoca, affrontavo con una determinazione e sicurezza che oggi non ritrovo più.
Ero sicura di spaccare il mondo, ho studiato tre lingue per abbattere certe barriere, sono andata a studiare a Londra e mi sono persa nelle droghe, ho abbracciato il mondo di Saffo, senza pregiudizi, ho vissuto nei manicomi con i matti, quelli giudicati pericolosi, ho schivato coltellate da loro, ho toccato i malati di aids quando si gridava ancora all’untore, ho visto amici morire per un buco di troppo, altri per il loro non saper stare al mondo ed altri ancora schiantati sulle strade.
Ho vissuto il mondo della notte, ho lavorato nei locali notturni, ho assistito a scene inenarrabili, ho visto sodomizzare ragazzi inesperti che si affacciavano nel mondo omosessuale, ho buttato nella tazza del cesso bottigliette piene di cocaina che stavano distruggendo persone che amavo profondamente.
Sono andata a lavorare in America, in Francia e poi in Giappone, ho vissuto in Tahilandia ed in Australia. Ho toccato con mano tante realtà, ho cercato sempre di vivere al 100% tutto quello che la vita mi presentava.
Ho salutato la mia famiglia a 19 anni, così tanto borghese, così tanto lontana da quello che io ricercavo e sono andata via una notte di un 25 ottobre di tanto tempo fa con solamente un paio di stivali in mano e 500 mila lire, senza un lavoro ed una casa dove dormire. Ho trovato tre lavori, ho faticato tanto. Ho trovato persone handicappate che mi hanno insegnato a vivere la diversità dall’altra parte della barricata. Ho spaziato, ho respirato, ho esagerato, sono andata oltre. Ho conosciuto un uomo che mi ha rovinato la vita, ho dovuto abortire un figlio che oggi sarebbe maggiorenne e che mi manca sempre di più, anche se non l’ho conosciuto. Ho convissuto con la morte accanto, con un uomo condannato da una malattia a soli 27 anni, assistendolo giorno per giorno, ho dovuto assistere alla decisione di mio padre di non proseguire la sua vita, ho visto crollare la mia famiglia poco a poco, ho affrontato il mio tumore al seno come un’amazzone, temeraria, con la volontà di farcela e sicura di farcela anche se vedevo il mondo tutto grigio, sono stata cinque mesi a letto con anca a costole rotte per uno stronzo che mi ha preso con la macchina passando con il semaforo rosso.
Malgrado questo, ho sempre lottato, tanto, con insistenza, con la voglia di andare avanti, con un’energia che mi veniva da dentro.
Ho incontrato tanti uomini nel mio percorso, ho sbagliato tante volte, ho spesso confuso i mio bisogno d’amore con i sesso sterile, rimanendo sempre in ginocchio e soffrendo nel profondo
Poi ho sposato un uomo sbagliato che non ha capito nulla di me, un uomo tanto carino e talmente tanto gentile che è diventato come un fratello per me, ma di fatto non lo è.
Ho voluto un figlio, in questa mia vita così particolare, quasi a voler mettere un punto fermo al vagabondare della mia anima.
Ed oggi lui è la mia ragione di vita, è il mio cuore che batte, è la mia gioia, la mia linfa vitale,
Ma so benissimo che lui non è me, che è una persona diversa da me ed io rimango sempre io.
Ho vissuto tanto e, per l’età che ho, anche troppo. E penso che tutto questo avrebbe dovuto fortificarmi, crearmi una certa scorza, darmi una certa energia vitale e saggezza…
Domani mia madre deve fare la tac total body con mezzo di contrasto per vedere se, come e dove le eventuali metastasi si sono posizionate ed io non so proprio come affrontare tutto questo.
E’ proprio vero che l’esperienza non conta un cazzo.
Ma questa notte me lo chiedo, come sono io? Chi sono io? E come faccio a resistere?
E’ una notte veramente buia in cui io non mi ritrovo, vacillo e ricerco l’amazzone che ho sempre pensato di essere. Ma no la trovo più.
Ed ho paura.
Dicono che c’è un tempo per seminare
e uno che hai voglia ad aspettare
un tempo sognato che viene di notte
e un altro di giorno teso
come un lino a sventolare.
C’è un tempo negato e uno segreto
un tempo distante che è roba degli altri
un momento che era meglio partire
e quella volta che noi due era meglio parlarci.
C’è un tempo perfetto per fare silenzio
guardare il passaggio del sole d’estate
e saper raccontare ai nostri bambini quando
è l’ora muta delle fate.
C’è un giorno che ci siamo perduti
come smarrire un anello in un prato
e c’era tutto un programma futuro
che non abbiamo avverato.
È tempo che sfugge, niente paura
che prima o poi ci riprende
perché c’è tempo, c’è tempo c’è tempo, c’è tempo
per questo mare infinito di gente.
Dio, è proprio tanto che piove
e da un anno non torno
da mezz’ora sono qui arruffato
dentro una sala d’aspetto
di un tram che non viene
non essere gelosa di me
della mia vita
non essere gelosa di me
non essere mai gelosa di me.
C’è un tempo d’aspetto come dicevo
qualcosa di buono che verrà
un attimo fotografato, dipinto, segnato
e quello dopo perduto via
senza nemmeno voler sapere come sarebbe stata
la sua fotografia.
C’è un tempo bellissimo tutto sudato
una stagione ribelle
l’istante in cui scocca l’unica freccia
che arriva alla volta celeste
e trafigge le stelle
è un giorno che tutta la gente
si tende la mano
è il medesimo istante per tutti
che sarà benedetto, io credo
da molto lontano
è il tempo che è finalmente
o quando ci si capisce
un tempo in cui mi vedrai
accanto a te nuovamente
mano alla mano
che buffi saremo
se non ci avranno nemmeno
avvisato.
Dicono che c’è un tempo per seminare
e uno più lungo per aspettare
io dico che c’era un tempo sognato
che bisognava sognare.

Tra le mille e mille candeline immaginarie, chiudo gli occhi e ne spengo tre, attaccandomi alle vecchie credenze dei tre desideri da formulare in questo giorno…
Incrocio le dita e dico al mio cuore: “Vedrai che si avvereranno…”
E gli auguri veri vanno a mia madre che mi ha messa al mondo.
Ecco.
Parto fra poco per un lavoro a Rimini. Non mi va molto, non sono in un periodo buono ma vado perchè mi farà bene e perchè non disprezzo il denaro. Contrariamente alla normalità, ieri ho impiegato ore per fare la valigia e questo è il segnale che proprio non mi va.
Ma parto.
Vivo in un palazzo di nove piani e quarantadue appartamenti. Palazzo costruito nel millenovecentotretasette, con scale immense ed un ascensore ricavato non so nemmeno come. All’ingresso, spazi che contenevano quello che un tempo il fascio littorio usava esporre ma che, oggi, comporta solo spazi vuoti. Ci vivo dal millenovecentonovantuno, anno in cui il marito di mia madre ma ha comunicato che un “ente” gli aveva dato una casa e che dovevo assolutamente traslocare perchè, altrimenti, avrei, avremmo perso la casa. Centoquaranta metriquadri di casa antica, soffitti di quattrometri e mezzo, con un ingresso di venti metri quadri totalmente inutile, tre camere da letto, una cucina, un salone, lo sgabbuzzino, un bagno solo [ahimé] e due terrazzi piccolissimi. Sono al nono piano e vedo la cupola di San Pietro, sono in centro storico, in fondo. Nell’androne c’è un quadro raffigurante la madonna con il classico lumicino e le cassette della posta in legno e vetro, il marmo intorno all’ascensore in cui si intravedono residui di quello che un tempo furono conchiglie, oggi divenuti fossili. Il mio ascensore ci mette ben cinquantanove secondi ad arrivare al nono piano e, anche se si tratta di secondi, sembra sempre un’eternità. Questa eternità è spesso aumentata dai vari inquilini che, visto il lungo tragitto da percorrere, si accalcano per non perdere il “turno”. Ma siamo tanti e viviamo a Roma. Ciò significa non cagarsi assolutamente. Io posso dire di non conoscere gli inquilini del mio palazzo. Non so nulla di loro, non so che vita facciano, che problemi abbiano e quando sul portone vedo affisso un fiocco rosa o celeste, proprio non so a chi possa appartenere.
Ogni piano ha quattro appartamenti e, anche se quattro per nove dovrebbe fare trentasei, non chiedetemi come mai ci sono quarantadue appartamenti perchè la matematica non è decisamente la mia materia. Fatto sta che ce ne sono quarantadue. Ne sono certa perchè io sono l’interno quarantadue e quindi è così.
Al nono piano, oltre a me, c’è una famiglia con una figlia in carrozzina ed ogni volta che l’ascensore non funziona, quindi almeno una volta a settimana, si ritrovano a portarla giù in braccio, tra l’indifferenza dei più, una vecchia coppia oramai ultra ottantenne, coppia di “secondo letto” [dicerie di condominio...], come si suol dire, lui ex idraulico, lei non so, forse moglie e basta, che non mi sembra proprio poco.
Poi c’è l’interno trentanove. Una coppia anziana. Lei, ex infermiera, lui, ex non so cosa, ma ex, poichè oramai in pensione. Sono di origini orvietane, come me. Vivono da soli, hanno due figli grandi. No, hanno un figlio grande. La figlia era grande, un tempo. Ora non lo è più. Paola.
Bella ragazza, molto solare e gentile. Il marito ha un banco di frutta esotica al mercato coperto sotto casa. Due figli, un maschio ed una femmina, quasi come da copione. Anche lui è fico.
Bella famiglia.
A trentanove anni le viene diagnosticato un tumore al seno e da lì inizia la sua trafila con ospedali e cure.
Niente da fare. Il cancro vince anche sulle belle famiglie.
Paola muore troppo presto, troppo velocemente, soprattutto per i suoi figli che erano ancora troppo, se c’è mai un troppo in questi casi, piccoli.
Apprendo la notizia in un giorno di sole, mentre stendo i panni sul terrazzo della cucina che combacia con quello di Marcella, la mamma di Paola.
Mi dice: ” Miciastra, Paola non c’è più, se n’è andata via da me”.
Non sapevo cosa dire, cosa fare. La tristezza mi ha trovata fertile, il dolore mi ha devastata. Lei era carina, sempre sorridente e che cazzo, come possono succedere certe cose? Ed i figli che faranno ora?
E’ stato un dolore grande, malgrado il fatto che, nel mio palazzo non esistano rapporti umani normali.
Paola è morta da tre anni e la vita di Marcella è cambiata. La incontro ogni mattina presto in ascensore, sempre carina, sempre forte, sempre sorridente. Con l’autobus va a casa dei suoi nipoti, pulisce, prepara da mangiare e torna a casa sua dove l’attende un marito a cui, nel frattempo, tanto perchè il destino è proprio stronzo alle volte, è venuto un cancro allo stomaco.
Nei cinquanatanove secondi di ascensore le chiedo sempre come sta e lei, regolarmente e giustamente, piange. Ogni mattina. Ogni santa mattina, ma allo scadere dei cinquantanove secondi, mi augura sempre una giornata serena.
Questa mattina mi sono svegliata presto e vagabondavo per casa. Devo proprio ammettere che il periodo che sto vivendo non sia dei migliori. Mi sono svegliata con un gran bel senso di inutilità all’ennesima potenza, con la voglia di annientarmi sul divano, con la tachicardia alle stelle ed uno stato depressivo incombente. Ho dato da mangiare al mio micio/cavallo ed ho acceso il pc. Blog e affini. Poi il nulla.
Suona il campanello.
Chi cazzo sarà mai di domenica mattina alle dieci e quarantacinque?
Chi osa rompermi il cazzo a quest’ora?
Vado alla porta, guardo dallo spioncino… è Marcella.
Penso: “Mio dio che cosa sarà mai successo? Magari suo marito”… non posso pensarlo… mi rifiuto di farlo.
Apro la porta in camicia da notte di Victoria’s secrets e mi sento fuori posto.
“Ciao Miciastra, sono andata in campagna ad Orvieto e ti ho portato queste ciliegie, sono brutte perchè ha piovuto tanto, ma sono buone davvero”.
Non so cosa dire ma il mio cuore si gonfia di emozione. Sono frastornata e non so cosa fare.
“Grazie Marcella, ti ringrazio veramente, sei proprio carina”
“Sai, sono del ‘nostro’ paese, sono buone”.
La ringrazio ancora cento volte e so bene che queste ciliegie avrebbe voluto portarle a Paola.
Le ho prese per lei.
Ma l’ho fatto anche per me perchè mi fa bene al cuore.
Siamo quasi al traguardo finale… mancano pochi giorni per i più mentre, per noi, ne mancano ancora parecchi.
Sono stanca, dormo non più di 4 ore a notte da tre settimane e le giornate sono frenetiche.
Il torneo femminile è ben differente da quello maschile, più difficile, complicato. D’altronde noi donne lo siamo certamente.
E come arrivano le donne, arrivano i litigi. Accidenti quanto siamo strane!!!
Passo le giornate a risolvere cose inverosimili, le sorelle Williams che non vogliono sottostare a nessuna regola e fanno come cazzo santo gli pare, il loro papà, con amante al seguito (questo si che è un gossip!) e la mamma che fa finta di non vedere. La “porta cane” (ebbene si, esiste anche questa figura professionale) di Serena Williams che se la tira al massimo, non curante del ruolo meschino che ricopre. E poi c’è il folto gruppo delle amiche intime di Saffo che ti avvolge, che ti fa sentire “anormale”. C’è anche la fatina Sharapova, bella, eterea, silenziosa, che trae a sé moltitudini di maschi, maschietti ed uomini che la guardano inebetiti, impacciati, di fronte a cotanta beltade.
Ed ancora la scia delle “ova”, tutte russe, tutte uguali, tutte bionde, tutte alte, tutte con la coda, tutte felici di non stare nel loro Paese e proprio per questo, agguerrite, che cercano di mantenere alto il proprio ranking per restare nel giro ed in giro.
Le cinesi seguono a ruota.
Belli i tempi della Sanchez, Sabatini, Seles, Navratilova, Hingis… si distinguevano, erano diverse, erano campionesse.
Ora dalla mia finestra vedo i campi desolati, forse un pò troppo vuoti, mentre la musica del villaggio “VIP” aumenta sempre di più…
Stasera D’Alema è stato qui ed è successo di tutto…
Ho visto gente al seguito, quasi inebetita, insomma… dei coglioni…
La parte tecnica è appena finita, ora parte la serata mondana… e non vi dico cosa ci si può trovare….
Me ne vado a dormire, che è meglio…
Buonanotte.