Miagolato il 13 April 2012 - 2:49

E’ un brutto periodo.

Lo so.

Non ci posso fare nulla.

Lo so e basta.

Mi sento defraudata del mio passato, di una memoria storica che io non ho, dei limiti nei ricordi che mi alienano, mi fanno paura. Temo di non poter ricordare tutto il mio passato e non solo il mio. Ho tentato di ricostruire le mie radici, l’ho fatto una sera con mia madre ma ho perso il foglio dove ho scritto tutto. E mi maledico per questo. Certe cose io non le so e non ci posso arrivare più. E mi fa incazzare. Sento il limite e non mi piace. Come posso fare? Io ho dei ricordi, quelli si, ce li ho, ma sono limitati nel tempo. Odio il tempo. Voglio risalire alle mie origini, ne sento il bisogno ma non ho più nessuno per farlo. Che rabbia…

Ho avuto una nonna importante, nonna Santina, santa di nome e di fatto, maestra di matematica, donna forte ma dolce, remissiva ma non troppo, dedita alla vita degli altri ma attenta a non oltrepassare mai i limiti. Come ho detto, maestra di matematica. Mi raccontava che la mattina si alzava alle 5 e, con il calesse (!) andava nei paesi vicini ad insegnare la matematica ai bambini dei contadini… ha sposato mio nonno in seconde nozze perchè era vedovo. Un nonno autoritario, distante da tutti e da tutto, direttore di banca che all’epoca significava molto perchè, in una realtà paesana, dava o non dava la possibilità alla gente di vivere o meno.  Erano molto diversi. Lei era fantastica, lui un pò meno. Lo chiamavano il “reuccio”, appellativo certamente non grazioso. Lei era bella, dolce, forte e cucinava bene, tanto bene. Mi ricordo che mi preparava il latte fritto, ricetta oramai persa nel tempo e poi il pane bagnato con lo zucchero, la marmellata di mele cotogne fatta dal lei, le uova fresche con il buco da bere ogni giorno, il cucchiaio di vino rosso perché faceva buon sangue, il cervello fritto (oddio) obbligatorio una volta a settimana, le seadas con il miele perché rendeva l’animo più dolce, la carne panata con le patatine fritte perché mi piacevano da matti… tutto questo mi allietava la vita nei pomeriggi e nelle sere  quando andavo a casa sua per studiare la matematica, materia a me decisamente ostica. E me la ricordo bene, mia nonna Santina, santa di nome e di fatto. Riusciva, non so come, a comprendere sempre gli altri, riusciva a trovare un significato plausibile a tutto ciò che accadeva intorno a lei. Eppure la vita non era stata troppo gentile con lei…

Mi ricordo che ogni giorno, al ritorno da scuola, andavo da lei a mangiare poichè i miei genitori non erano mai a casa e lei, dopo avermi cucinato cose meravigliose, non so nemmeno come, riusciva a farmi fare i compiti subito, senza pausa, e io non sentivo la fatica. Mi diceva sempre “che bestia che sei in matematica, ma non preoccuparti, non è così importante per la vita”… Avera ragione… a tutt’oggi io e la matematica siamo due cose ben distinte ma io vivo bene ugualmente!!!

Ricordo che mio nonno era il presidente della Lion’s Club e mia nonna, certe sere, si metteva in ghingheri e andava alle cene e io la guardavo esterrefatta, incantata… era tutta luccicante, come dicevo io all’epoca, e pensavo fosse una fata e la guardavo estasiata…

Nei pomeriggi insieme, quando nella cattedrale di Orvieto c’era un matrimonio, lei mi portva sempre a conoscere la sposa perchè io adoravo le spose e dovevo toccare i vestiti. Ricordo una volta in cui, vedendo una sposa uscire dalla chiesa, ho costretto mia nonna a chiederle di portare il velo e poi, talmente emozionata per quel ruolo, le ho rotto con le dita tutto il velo…

Era bella, mia nonna Santina, aveva classe da vendere, sempre elegante, una signora in ogni situazione. Adorava me e mio fratello, figli di suo figlio, il maschio di casa, il medico, il chirurgo, il figlio intelligente e fortunato, il degno erede di cotanto cognome che porto, erede di una dinastia di artisti famosi e gente altolocata, anche se io me ne frego altamente. Lei aveva due figli, mio padre e mia zia. La zia era innanzitutto femmina e anche poco intelligente. La femmina, a quel tempo, era di secondaria importanza. Il maschio era tutto. E in questo clima poco idilliaco sono cresciuti mio padre e sua sorella. Mio padre, da Orvieto, si è trasferito a Roma per studiare, si è laureato con il massimo dei voti in medicina e ha trovato subito lavoro, mia zia ha tergiversato a lungo e poi ha trovato un marito altamente impelagato nella politica di allora, un socialista craxiano, che le ha fatto avere, se posso dirlo, una bella laurea in farmacia. Ma, malgrado tutto ciò, mio padre era mio padre ed era maschio. Il resto non contava più di tanto. Poi siamo arrivati noi, io e mio fratello, belli, biondissimi, figli del figlio maschio e la vita di mia nonna Santina riprendeva senso, dopo l’abbandono dei suoi figli dalla casa paterna. Mia zia, nel frattempo, si era sposata e aveva messo al mondo due figlie, ma, agli occhi di mia nonna, non erano alla nostra altezza… E tutto ciò ha portato ad una grossa rottura tra la mia famiglia e quella di mia zia, o meglio, tra mio padre e sua sorella, con tutte le conseguenze del caso.

Mia nonna Santina ha adorato mia madre, raro caso in cui la classica diatriba tra suocera e nuora decisamente non esisteva. Erano in simbiosi, una donna intelligente con un’altra donna altrettanto tale. Ho dei ricordi bellissimi di loro due e ancora oggi mi porto dentro delle sensazioni bellissime, ricordi teneri e allegri, risate che ancora riecheggiano nell’anima…

Mio padre era un uomo difficile, uomo di grande intelletto, un grande medico, una persona seria, affabile ma al tempo stesso rigido, però sempre con un lato comico, ironico. Mi ricordo che si divertiva a fare tanti scherzi, scherzi che ho poi ritrovato nei film di Ugo Tognazzi. Medico con la “emme” maiuscola. amava il suo lavoro, la sua missione, come la chiamava lui. Erano gli anni ‘70  e il boom di suddetta categoria  era all’apice, ma mio padre non aveva intenzione di fare carriera. Gli avevano offerto un incarico importante, aiuto del Primario di chirurgia generale nell’ospedale San Giacomo di Roma e lui aveva rifiutato. Preferiva lavorare al Pronto Soccorso la notte. Gli piaceva salvare la vita della gente e basta. Mi ricordo un racconto fattomi da lui in cui, una sera era arrivato un personaggio famoso, poi identificato come Helmut Berger, che aveva tentato il suicidio (ironia della sorte) presentandosi al Pronto Soccorso con un coltello piantato nel ventre e che lui lo aveva salvato, o il giocatore Re Cecconi, arrivato al Pronto Soccorso con una pallottola nel ventre e che lui, ahimé, non era riuscito a salvarlo e se dannava l’anima… Diagnosticava malattie al solo guardare negli occhi della gente e non gliene fregava nulla di tutte le varie carriere che gli roteavano intorno. Mia nonna Santina era fiera di lui, per lei, lui incarnava l’essenza della sua vita ed era ergogliosa del figlio che aveva partorito.

All’epoca, mio padre aveva già noi e mia madre. Mia madre premeva per fargli fare carriera ma lui se ne fregava altamente. Mi madre, sempre all’epoca, lavorava molto e guadagnava altrettanto, anche oltre mio padre e da lì, la situazione ha cominciato a degenerare. Metriche strane in cui non voglio entrare più. Non riuscivano più ad andare d’accordo. Mi ricordo litigi inutili, esasperati, esagerati, paradossali, oltremodo eccessivi. Di lì a poco, inevitabile, la separazione. Mia nonna Santina era atterrita, triste, non riusciva a farsene una ragione. Piangeva, dimagriva a vista d’occhio, non era più la stessa nonna di prima. Il silenzio regnava con lei e in lei. Si era creata un mondo tutto suo, fatto di silenzi esasperanti che anche io riuscivo a cogliere, benché all’epoca ancora 12enne. Mia nonna Santina era cambiata, il suo eterno sorriso alla vita non c’era più, dimenticava tutto, sembrava non essere più attaccata a nulla. Non era più la mia nonna e non riuscivo a capirne la ragione ma ricordo una sofferenza fisica ed espressiva che non mi toglierò più dalla mente e dal cuore. Lei sapeva, oggi lo so, che stava per arrivare un giro di boa. Ed infatti così è stato.

Una volta separati, mio padre ha obbligato sua madre a non rivolgere più la parola alla mia, vuoi per gelosia, vuoi per limiti, vuoi per fragilità e lei si è congedata da mia madre dicendole che le voleva bene, che gliene avrebbe sempre voluto tanto e che le dispiaceva troppo ma che non poteva sottrarsi al  volere di suo figlio e che non avrebbe potuto più parlarle. Erano sempre gli anni ‘70…

Mi nonna Santina era una donna semplice ma sempre speciale, una donna con gli attributi, donna che è sopravvissuta alle angherie di un marito freddo e distaccato, che l’ha trattata sempre con sufficienza, è sopravissuta alla morte di suo marito, al suicidio del suo figlio preferito. Una donna vera, insomma. di quelle che non se ne trovano in giro.

Lei è morta dopo suo marito e suo figlio, attaccandosi ai suoi ricordi, al suo forte credo in dio, alla sua semplicità , al suo profondo senso della vita, all’amore che ha dimostrato nei confronti di tutti, andando anche, alle volte, contro corrente, ma mantenendo sempre la sua personalità, assecondando stupidi sentimenti, vivendo la vita con estrema umiltà e non dimenticando mai di esternare l’affetto per i suoi cari, anche in situazioni estreme.

Dico solo che mia madre, deceduta a giungo scorso, portava ancora la vestaglia che mia nonna Santina le aveva regalato, sempre negli anni ‘70.

Tutto ciò ha un senso. Lo deve avere.

Cara nonna Santina, sei e sarai per sempre la mia nonna preferita e mai come in questo periodo vorrei averti vicina.

Ti voglio e ti vorrò sempre un gran bene. e spero, anche se mi trovo, mio malgrado, ad essere completamente atea, che tu possa esserti ritrovata con mia madre e che da chissà quale parte, voi possiate esservi ritrovate anche nell’affetto che avete sempre provato reciprocamente l’una nei confronti dell’altra.

Vi immagino, e voglio proprio farlo, a ridere e scherzare come un tempo. Tempo che io ho vissuto con voi.

Grazie nonna mia, abbi cura della mia  mamma.

Sempre e per sempre.

Tua nipote.

Miagolato il 14 September 2010 - 13:30

Come cambia la vita in 17 anni…

Quel giorno ero in tutt’altra faccenda affaccendata… e oggi mi guardo indietro è mi sembra impossibile che le cose accadute quel giorno, ora non esistano più.

Miagolato il 12 November 2009 - 20:32
Zampette, sensazioni, viaggi by Miciastra

Sono tornata da poco più di tre giorni da Reggio Calabria.

Viaggio di lavoro, davvero molto faticoso ma anche soddisfacente.

Il mio lavoro mi porta a dovermi “immergere” nelle persone, a doverle vivere nella loro totalità e per tutto il giorno, ad una continuità disarmante, che rasenta spesso il limite massimo di sopportazione. Ma è in questi momenti che colgo gli attimi fuggenti, che riesco a sentire il battito del mio cuore, il dolore nello stomaco, la quiete ed il tumulto nell’anima. E’ da qui che traggo forza e linfa vitali che mi permetteranno poi di sentirmi forte, energica, al meglio.

Ecco.

Le persone riescono ancora a stupirmi e questo non è poco. E ciò mi permette di poter ascoltare il battito del mio cuore e di sentirmi viva.

Grazie davvero.

Miagolato il 7 February 2009 - 18:54

Pubblico qui il pensiero di una persona che mi ha letteralmente rubato le parole dalla bocca e dal cuore.

“Bella domanda, specialmente se è posta ora.
Ognuno ne da una definizione, a partire dalla Chiesa e i suoi bigotti adepti, che la difendono ad oltranza.
Ho tirato giù ( scaricare non mi è mai piaciuto come termine, ricorda altre azioni ) la definizione da wikipedia e l’enciclopedia ha elencato quanto segue:
Dopo anni di studi e interrogativi si è arrivato alla stesura di sette pilastri fondamentali che definiscono il concetto di vita, cioè le caratteristiche che fanno di un agglomerato di composti chimici un organismo vivente, in questo modo:
1.Programma, cioè un piano organizzativo che descrive gli elementi e le loro interazioni.
2. Improvvisazione, cioè la capacità di cambiare il programma quando cambiano le condizioni.
3. Compartimentalizzazione, cioè la presenza di membrane o di altre strutture che dividano il vivente dal mondo esterno.
4. Energia, che deve essere acquisita e scambiata con il mondo esterno.
5. Rigenerazione, cioè il ricambio di strutture usurate o mancanti.
6. Adattabilità, cioè le risposte immediate ai pericoli o agli stimoli esterni.
7. Specificità degli enzimi che svolgono una certa funzione
Orrenda, non è vero? Ma è così.
La vita è una forma di energia, che l’uomo ha arricchito con la testa e con il cuore.
Una cellula, basandoci sulla definizione orrenda sopra citata è indubbiamente viva, ma che palle!!
Un essere vivente che non interagisce con il mondo esterno è vivo, ma non VIVE.
Ecco, non volendo ho differenziato la vita: vita scritta in minuscolo, quella delle cellule,
VITA scritta in maiuscolo, quella degli esseri umani.
La chiesa difende ad oltranza la vita a prescindere di come sia scritta, a patto che:
1. non sei eretico, nel qual caso puoi bruciare al rogo insieme agli oltre 5000 esseri umani bruciati ( senza i 2000 del top player Torquemada, ma lui era un fuoriclasse )
2.non sei rivoluzionario, nel qual caso la ghigliottina è assicurata ( chiedere di Targhini e Montanari )
3. non sei ebreo, nel qual caso l’olocausto che ti può beccare potrebbe anche non esistere.
4. non sei bambino negli stati uniti e frequenti la parrocchietta sbagliata
Se invece sei un vegetale e avevi espressamente detto che non volevi essere tale, non hai nessun diritto. devi vivere. Ma vivere con i caratteri minuscoli e costringere i genitori ad assistere a tale scempio.
Perchè vai in prima pagina e diventi assurdamente VIVA in quanto ognuno ti affibbia l’etichetta propria: la tua vita diventa merce di scambio ipocrita per il capo del Governo, che avrà fatto i suoi conticini statistici e impone la propria volontà persino modificando la Costituzione tanto adora fare leggi ad personam.
Così sarai VIVA, almeno fino a quando i riflettori saranno accanto al tuo lettino: al primo cambio di scena a mano a mano l’attenzione verrà meno, Bruno Vespa parlerà d’altro, la chiesa sarà costretta a rettificare l’ennesima gaffe del papa e i canali d’informazione faranno le maniche di vento a seguire la direzione imposta.
Così tornerai alla tua vita, con un padre disperato e te che sei talmente viva che potresti ( cito il Presidente del Consiglio ) rimanere incinta.
Nessuno capisce che vita sia la tua, Eluana, a nessuno importa come vivi.
Ti auguro di avere quello che desideri.”

Miagolato il 24 January 2009 - 22:08
Amici, Pensieri, sensazioni by Miciastra

Sabato pomeriggio è passato ed ora sono le 20.45.
Giornata faticosa perchè ho pulito casa, ho fatto la spesa, ho programmato la settimana perchè devo necessariamente farlo.
Sono proprio stanca. Vicissitudini lavorative mi hanno costretta a “stare sul pezzo” come non mai.
Grosse delusioni dal punto di vista professionale, per la prima volta nella mia vita ho toccato con mano la famosa questione delle raccomandazioni e mi sono vista proiettare in meandri oscuri. Il vomito e lo schifo provato in questi giorni non è possiblile descriverlo. La mia vita si basa essenzialmente sulla meritocrazia, sono una pura, non concepisco e non capisco chi si fa strada in maniera non canonica. Io non ho mai usufruito delle raccomandazioni anche se potrei ad avrei potuto sempre farlo, perchè credo fermamente nelle persone.
Ma mi è successo.
Mi è stato detto: “posso darti una non risposta, tra te e lei, devo scegliere te”.
Cazzo. Non è facile vivere tutto questo. Ho visto ben 26 anni della mia vita professioale andare in fumo, vanficati in una sola, misera frase.
Non ho dormito per ben due notti, pensando a tutto questo, a quanto io mi fossi sentita inutile, quasi un meteora, meramente di passaggio, in una situazione in cui, invece, avrei dovuto sentirmi diversamente.
Ho pianto.
Io non ho mai pianto per lavoro. Il dolore dovrebbe essere ben altro.
Si dovrebbe piangere per cose ben più profonde.
Eppure l’ho fatto.
Mi sono ritrovata in una situazione paradossale, allucinante, non gestibile.
Ed il cuore  e l’amor proprio sono stati colpiti duramente.
L’istinto mi ha suggerito di stare in silenzio, di non parlare con nessuno e di far finta di niente.
E così ho fatto.
Ma il silenzio pesa nell’animo, nel cuore, nel non dover reagire, nel mandar giù tutto questo.
Sono stati giorni difficili, tristi, incomprensibili, assurdi.
Oltretutto, io, per carattere, proprio non riesco a stare zitta, per cui è stato veramente molto difficile.
Ad oggi, le cose sembrano appianate, ma rimane nel mio cuore il fatto che, con il loro gesto, abbiano comunque vanificato 26 anni del mio lavoro.
E non sto bene, affatto.
Improvvisamente mi sento un’ameba, un barbapapà, un numero di matricola, un niente.
Brutto, accidenti.
Per me deleterio.
Io credo in quel che faccio e sono sempre pronta ad aiutare tutti, non mi sono mai tirata indietro, non mi è mai “caduta la corona”, credo nel lavoro di squadra, con lo scopo unico di ottenere dei traguardi ottimali.
Non ho mai avuto paura di essere defraudata di qualcosa.
Purtroppo mi è successo e che brutta sensazione…
Ma oggi è sabato.
Ho pulito casa, ho aiutato mio figlio a fare i compiti, ho fatto la spesa, l’ho accompagnato dal suo amico.
E’ partito per il fine settimana. Diventa grande, mio figlio e si allontana come è giusto che sia.
Invernomuto aveva bisogno di aiuto e siamo andati a casa sua e l’abbiamo pulita a fondo.
Non mi è pesato, perchè lui è il mio miglior amico e farei quasiasi cosa per lui.
La “bicocca”, la mia “creatura” è pulitissima ed in ordine ed ora ci stiamo cucinando una spigola al forno e spaghetti alle vongole vera.
Questo mi ripaga dei dispiaceri della settimana.

Post post: ad essere sinceri, una cosa mi ha anche aiutata in questa settimana. Un mio caro amico, a cui voglio molto bene ha avuto una bambina da poco, Rebecca, nome bellissimo e lei bellissima, degna di cotanto nome, mi ha fatto pensare alla vita, a quella che inizia, senza pregiudizi, senza distinzioni, alla purezza ed il suo pensiero mi ha confortata molto, mi ha attaccata alla vita, alle cose semplici, al respiro, all’amore.
Penso spesso a lei ed il pensiero mi conforta, mi fa stare meglio, mi fa sentire pulita, quasi pura.
Grazie anche a Rebecca, creatura pura e semplice.

Miagolato il 29 December 2008 - 21:57

Sono sopravvissuta anche a questo Natale.
Partita il 23 per Orvieto, arrivo nella mia splendida casa umbra, la casa delle mie radici, dei miei antenati, dove ogni angolo racconta qualcosa e poichè sono circa 800 mq, di cose da raccontare ce ne sono a bizzeffe, si portrebbero addirittura organizzare dei giri turistici. C’è il “muro degli antenati” che mi incanta ogni volta che vengo qui. Facce inespressive ed in posa per foto scattate con i primi mezzi a disposizione, donne acconciate con chignon e sedute su portrone importanti con schiere di bambini tutti rigorosamente vestiti a festa e uomini con baffoni e sguardo altero. Loro sono i miei avi, quelli da cui discendo, quelli a cui devo la mia esistenza ma che non ho mai incontrato e, se non ci fosse mia madre che puntualmente mi ricorda i loro nomi ed i vari “incastri” familiari, io avrei dei grossi problemi a spiegare tutto questo a mio figlio. Bello il muro degli avi, bella questa casa che trasuda di vite passate. Il letto della bisnonna Olga, il comò della trisalvola Agnese, la madia dipinta da mia nonna, il lampadario che il trisavolo prese a Murano, che a comprarlo oggi bisognerebbe chiedere tutto il tfr. I pianoforte rigorosamente neri con porta candele tenuti sempre accordati, gli orologi a pendolo sincronizzati per suonare uno dopo l’altro che evocano film dell’orrore e che da piccola mi terrorizzavano. Mia nonna non li fermava mai perchè era segno di sventura; mia madre, pur non vivendoci, ha incaricato una signora che viene giornalmente a caricarli. Tradizioni. Tutto qui profuma di tradizioni. Il focolare sempre acceso, chiaro segno di vita in casa, la porta sempre aperta, pronta a dare il benvenuto a chiunque sia di passaggio. Oggetti strani, attrezzi serviti a chissà cosa, vecchi occhiali che si mettevano sul naso, piatti inglesi portati dal trisnonno, kit per le messe da campo dello zio prete che ha fatto la campagna d’Africa, che per esigenza di vita mise i pantaloni al posto della tonaca e per questo fu redarguito dalla chiesa. Oggi posso dire che lo zio di mia madre ha fatto da capostipite alla mise dei preti di oggi. Armadi che contengono vite passate, tessuti in canapa fatti a mano, tovaglie ricamate da chissà quale zia, prozia, biszia, triszia, quadrisizia, ricordi del fascio littorio, fotografie, oggetti, editti, medaglie, tirapugni, baionette. Tutto questo è passato da qui. Tutto si è fermato anche per un attimo dentro questa casa. E poi i racconti. Quanto mi piacciono. La notte in cui venne comuniato a mio nonno che mia madre l’indomani avrebbe dovuto consegnare al duce un fascio di fiori. Una notte in cui tutte le donne di casa hanno dovuto cucire il vestito da piccola italiana poichè mio nonno, non tanto fascista, non aveva mai voluto farglielo fare. E la gioia di mia madre nell’avere quel vestitino con quella bella M in metallo sul petto che stava a significare il fatidico “me ne frego” del de cuius e che a causa di famigerato vestitino non aveva mai partecipato alle adunate del sabato mattina…

E la gioia negli occhi di mia madre nel raccontarmi la vita passata, con la voglia recondita nel cuore a non far morire i ricordi. Tutti quanti, indistintamente.

Bello.
La memoria storica mi fa bene all’animo, mi fa sentire parte di un “qualcosa” che prima era molto forte tra le persone e che oggi non lo è decisamente più.
Oltre a tutto ciò, ho lavorato come una matta, sempre in cucina, sempre a preparare pranzi e cene per minimo undici persone, tanto che mi hanno soprannominato “Miss Rossella”, labellissima mammy di Via col Vento.
Ma, anche se stanca morta, non mi importa.
E’ stato un bel Natale, tutti insieme ma stavolta con il cuore.
Forse per la malattia di mia madre, non so e non lo voglio proprio sapere. C’eravamo tutti.

So solo che è stato bello e ne vorrei altri cento di natali così.

miss-rossella.jpg

Miagolato il 20 October 2008 - 1:38

Come sono io?
Come sono io oggi?
Come reagisco alle cose della vita, alle relazioni, ai rapporti con la gente?
Sono una sognatrice. O meglio, lo sono stata per tanto tempo.
Accidenti quanto ho sognato in passato! Ho il senso della giustizia sproporzionato al peso del mio corpo. Troppo, forse. O forse no.
Ho sempre ricercato l’unicità delle cose, il nucleo, il fulcro, il centro… insomma, sempre alla ricerca del perchè e per come, andando nel profondo anche nelle cose superflue.
Sono una che non sta zitta mai, che dice sempre quello che pensa e questo mio aspetto mi ha creato spesso problemi notevoli.

Ho iniziato vivendo di eccessi perchè ero viziata, perchè non avevo problemi, perchè pensavo di potermelo permettere. Ho passato periodi in cui non uscivo di casa se non avevo le scarpe di Gucci ed il motorino del momento o il gioiello alla moda. Andavo tutte le domeniche a messa perchè era una cosa chic e poi a prendere l’aperitivo con gli amici. Ho preteso vacanze a Cortina,  estati in Sardegna, rigorosamente in barca e rigorosamente tra Porto Cervo e Porto Rotondo, avevo insegnanti privati d’inglese, e francese, facevo la bella vita, quella spensierata.

Poi ho cominciato a mettere in moto il cervello e mi è nato un grande ideale politico che mi ha portato a vivere situazioni anche piuttosto spiacevoli, dalle botte agli attacchi del partito opposto al mio.
Ero lì, quel giorno quando Giorgiana Masi è stata ammazzata, ho abbracciato il femminismo quando ancora non era una moda o solo un modo di dire come oggi ed ho preso anche parecchi schiaffi. Mi sono trovata in situazioni che oggi definisco estremamente pericolose ma che, all’epoca, affrontavo con una determinazione e sicurezza che oggi non ritrovo più.
Ero sicura di spaccare il mondo, ho studiato tre lingue per abbattere certe barriere, sono andata a studiare a Londra e mi sono persa nelle droghe, ho abbracciato il mondo di Saffo, senza pregiudizi, ho vissuto nei manicomi con i matti, quelli giudicati pericolosi, ho schivato coltellate da loro, ho toccato i malati di aids quando si gridava ancora all’untore, ho visto amici morire per un buco di troppo, altri per il loro non saper stare al mondo ed altri ancora schiantati sulle strade.

Ho vissuto il mondo della notte, ho lavorato nei locali notturni, ho assistito a scene inenarrabili, ho visto sodomizzare ragazzi inesperti che si affacciavano nel mondo omosessuale, ho buttato nella tazza del cesso bottigliette piene di cocaina che stavano distruggendo persone che amavo profondamente.

 Sono andata a lavorare in America, in Francia e poi in Giappone, ho vissuto in Tahilandia ed in Australia. Ho toccato con mano tante realtà, ho cercato sempre di vivere al 100% tutto quello che la vita mi presentava.

Ho salutato la mia famiglia a 19 anni, così tanto borghese, così tanto lontana da quello che io ricercavo e sono andata via una notte di un 25 ottobre di tanto tempo fa con solamente un paio di stivali in mano e 500 mila lire, senza un lavoro ed una casa dove dormire.  Ho trovato tre lavori, ho faticato tanto. Ho trovato persone handicappate che mi hanno insegnato a vivere la diversità dall’altra parte della barricata.  Ho spaziato, ho respirato, ho esagerato, sono andata oltre. Ho conosciuto un uomo che mi ha rovinato la vita, ho dovuto abortire un figlio che oggi sarebbe maggiorenne e che mi manca sempre di più, anche se non l’ho conosciuto. Ho convissuto con la morte accanto, con un uomo condannato da una malattia a soli 27 anni, assistendolo giorno per giorno, ho dovuto assistere alla decisione di mio padre di non proseguire la sua vita, ho visto crollare la mia famiglia poco a poco, ho affrontato il mio tumore al seno come un’amazzone, temeraria, con la volontà di farcela e sicura di farcela anche se vedevo il mondo tutto grigio, sono stata cinque mesi a letto con anca a costole rotte per uno stronzo che mi ha preso con la macchina passando con il semaforo rosso.
Malgrado questo, ho sempre lottato, tanto, con insistenza, con la voglia di andare avanti, con un’energia che mi veniva da dentro.
Ho incontrato tanti uomini nel mio percorso, ho sbagliato tante volte, ho spesso confuso i mio bisogno d’amore con i sesso sterile, rimanendo sempre in ginocchio e soffrendo nel profondo
Poi ho sposato un uomo sbagliato che non ha capito nulla di me, un uomo tanto carino e talmente tanto gentile che è diventato come un fratello per me, ma di fatto non lo è.
Ho voluto un figlio, in questa mia vita così particolare, quasi a voler mettere un punto fermo al vagabondare della mia anima.

Ed oggi lui è la mia ragione di vita, è il mio cuore che batte,  è la mia gioia, la mia linfa vitale,

Ma so benissimo che lui non è me, che è una persona diversa da me ed io rimango sempre io.

Ho vissuto tanto e, per l’età che ho, anche troppo. E penso che tutto questo avrebbe dovuto fortificarmi, crearmi una certa scorza, darmi una certa energia vitale e saggezza…

Domani mia madre deve fare la tac total body con mezzo di contrasto  per vedere se, come e dove  le eventuali metastasi  si sono posizionate ed io non so proprio come affrontare tutto questo.

E’ proprio vero che l’esperienza non conta un cazzo.

Ma questa notte me lo chiedo, come sono io? Chi sono io? E come faccio a resistere?

E’ una notte veramente buia in cui io non mi ritrovo, vacillo e ricerco l’amazzone che ho sempre pensato di essere. Ma no la trovo più.

Ed ho paura.

 

Miagolato il 8 September 2008 - 19:30

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Dicono che c’è un tempo per seminare
e uno che hai voglia ad aspettare
un tempo sognato che viene di notte
e un altro di giorno teso
come un lino a sventolare.

C’è un tempo negato e uno segreto
un tempo distante che è roba degli altri
un momento che era meglio partire
e quella volta che noi due era meglio parlarci.

C’è un tempo perfetto per fare silenzio
guardare il passaggio del sole d’estate
e saper raccontare ai nostri bambini quando
è l’ora muta delle fate.

C’è un giorno che ci siamo perduti
come smarrire un anello in un prato
e c’era tutto un programma futuro
che non abbiamo avverato.

È tempo che sfugge, niente paura
che prima o poi ci riprende
perché c’è tempo, c’è tempo c’è tempo, c’è tempo
per questo mare infinito di gente.

Dio, è proprio tanto che piove
e da un anno non torno
da mezz’ora sono qui arruffato
dentro una sala d’aspetto
di un tram che non viene
non essere gelosa di me
della mia vita
non essere gelosa di me
non essere mai gelosa di me.

C’è un tempo d’aspetto come dicevo
qualcosa di buono che verrà
un attimo fotografato, dipinto, segnato
e quello dopo perduto via
senza nemmeno voler sapere come sarebbe stata
la sua fotografia.

C’è un tempo bellissimo tutto sudato
una stagione ribelle
l’istante in cui scocca l’unica freccia
che arriva alla volta celeste
e trafigge le stelle
è un giorno che tutta la gente
si tende la mano
è il medesimo istante per tutti
che sarà benedetto, io credo
da molto lontano
è il tempo che è finalmente
o quando ci si capisce
un tempo in cui mi vedrai
accanto a te nuovamente
mano alla mano
che buffi saremo
se non ci avranno nemmeno
avvisato.

Dicono che c’è un tempo per seminare
e uno più lungo per aspettare
io dico che c’era un tempo sognato
che bisognava sognare.

Miagolato il 28 July 2008 - 14:30
Pensieri, Sprazzi, sensazioni by Miciastra

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Tra le mille e mille candeline immaginarie, chiudo gli occhi e ne spengo tre, attaccandomi alle vecchie credenze dei tre desideri da formulare in questo giorno…
Incrocio le dita e dico al mio cuore: “Vedrai che si avvereranno…”

E gli auguri veri vanno a mia madre che mi ha messa al mondo.

Miagolato il 11 July 2008 - 6:14

Ecco.

Parto fra poco per un lavoro a Rimini. Non mi va molto, non sono in un periodo buono ma vado perchè mi farà bene e perchè non disprezzo il denaro. Contrariamente alla normalità, ieri ho impiegato ore per fare la valigia e questo è il segnale che proprio non mi va.

Ma parto.