Weekend decisamente particolare.
Venerdì ho preso un aereo e sono andata a New York.
Era un pò che ci pensavo e, dato che per condizioni familiari usufruisco di agevolazioni particolari, ho colto la palla al balzo e sono andata.
Ventiquattro ore a New York. Non è tanto ma è molto, soprattutto in virtù del fatto che posso annoverarmi tra coloro che vengono considerati fortunati.
Atterro venerdì pomeriggio alle 17.00 locali. A parte la mia narcolessia, che mi fa addormentare ancora prima del decollo e svegliare poco prima dell’atterraggio, il viaggio è andato alla grande, visto che sono stata anche messa in classe “magnifica” e sul 777 è degna di questo nome.
Trasferimento in albergo. Passo dal Queens, noto quartiere (se vogliamo considerarlo tale!) newyorkese e dormitorio di gran parte dei lavoratori della city. Passo davanti a Flushing Meadows ed il cuore mi si stringe nel vedere lo stadio dove si disputano gli US Open. Ma l’emozione aumenta quando all’orizzonte si staglia la tipica cartolina di NY e, sebbene io sia già venuta qui più o meno 30 o 40 volte, l’emozione rimane sempre la stessa. Non so descriverla ma chi ha avuto l’opportunità di vedere tutto questo, potrà ben comprendermi.
Arrivo in albergo, centralissimo e decisamente carino. Doccia rapida e poi cammino fino a Times Square, icona paesaggistica e simbolo di questa immensa città. I cartelloni pubblicitari digitali mi fanno girare la testa ma mi piace tutto questo. Voglio andare a cena al Village, mi piace respirare quell’aria un pò artistica e pazzoide, immergermi tra le razze più disparate, entrare nei negozi vintage e quelli un pò strani. E poi c’è Panchito, il ristorante messicano che mi piace tanto, non tanto per il cibo, quanto per l’insuperabile frozen margarita che servono solamente lì. Mi siedo quasi subito, sebbene ci sia il caos più totale. Che bello e che buono!!! MacDougal Street, insieme a Bleecker Street sono le vie del Village che preferisco, quelle più vive, le più strambe.
Dopo cena passeggio qua e là e mi diverto a guardare le persone, i negozi, i locali. Mi vengono in mente tanti film girati qui, in queste vie così strette per essere newyorkesi, in queste case minuscole, con le finestre che si affacciano sulle scale antincendio esterne, di quelle che si tirano giù…
Improvvisamente il mio jet leg si fa sentire impetuosamente, così decido di andare a dormire e saluto New York di notte, poichè domani sera non sarò più qui.
Con estremo piacere chiamo un taxi alzando la mano (adoro questa scena!!!) e lo trovo immediatamente. Gli “yellow cab” sono tutti provvisti di dispaly posizionati nello schienale del guidatore e mostrano la posizione del taxi su una mappa e tutto il tragitto che percorre. Oltre a ciò, nella parte destra puoi trovare le news in diretta. L’autista è un pazzo e guida come tale. E’ greco e vive qui da non so quando. Mi racconta tantissime cose con un accento fantastico e, un pò per la sua guida (ho seriamente pensato di non arrivare in albergo), un pò per i suoi racconti, riesce a farmi passare il sonno.
La mattina mi sveglio prestissimo. New York è ancora addormentata. Dalla mia finestra vedo l’ Empire State Building, colto da una luce bellissima…
Decido di uscire e di andare a passeggiare al Central Park, polmone di questa città troppo piena di cemento. Ci vengo sempre. Mi piace molto e mi perdo tra le stradine del parco. Arrivo al ponticello che tanto adoro e mi fermo lì per un pò. Il contrasto tra la città ed il parco è incredibile, sembra irreale. Anche il rumore ed il caos si dissolvono improvvisamente una volta entrati qui. Gli scoiattoli non hanno paura e ce ne sono veramente tanti. Incontro anche una tartaruga che ha perso l’orientamento e l’accompagno vicino al suo lago.
E’ una magia. Tutto è perfetto, pulito, verde, pieno di fiori e di silenzio. Mi viene in mente ”the sound of silence” di Simon & Garfunkel ed inizio a canticchiarla. Mi piace quello che c’è intorno a me.
Decido di concedermi anche una passeggiata sul risciò. Lì ci sono dei ragazzi che ti portano in giro. conosco “Dick” un ragazzo nero molto simpatico che ha decisamente litigato con l’acqua ed il sapone. Durante la passeggiata parliamo e gli dico che sono italiana. Al chè lui esclama:” Italian? Ah… Silvio Berlusconi…he’s a thief!” Ma come!?! Ma come?!? Ma non era “Italiani, pizza e mandolino?” oppure “Italiani, spaghetti e qualcos’altro…?” E’ cambiato qualcosa, decisamente. E non in meglio. Saluto Dick e gli auguro buona fortuna.
Alle 10.00 la New York commerciale si sveglia ed ho deciso di darmi allo shopping sfrenato, quel tipo di shopping in cui la carta di credito si scalda, diventa incandescente, quello shopping in cui ci si fa del male. Ne ho voglia, voglio regalarmi questo shopping. Ho lavorato tanto e non mi sono concedo nulla da tempo.
Prima di andare sulla Fifth Avenue, vengo attratta da un cubo di vetro. E’ un Apple Centre e decido di andarlo a visitare , incuriosita più da quell’entrata così particolare che dalla mercanzia.
Inizio il tour de force!!! Entro in tutti i negozi… Arrivo alla 34a dove trovo quello che cercavo. Dopo ben sette ore mi avvio verso l’albergo. Sembro la cugina brutta di “Pretty Woman”, anzi, se mi guardo meglio, più un somaro carico di pacchi. Ma sono estremamente soddisfatta.
Faccio la valigia che, diligentemente e criminalmente, avevo portato quasi completamente vuota. Doccia (penso intensamente a Dick e mi sento proprio fortunata), poi trasferimento al JFK. Alle 22.00 parto. Vedo New York dall’alto e le prometto di tornare ad ottobre. E lo farò.
La mia narcolessia mi permette di addormentarmi quasi subito…
Mi risveglio sulla costa orientale spagnola… sono frastornata, mi portano la colazione e dopo poco atterro a Fiumicino.
Apro la porta di casa, mi butto sul divano, chiudo gli occhi e canticchio non so nemmeno io cosa.
Mi risveglio dopo poco o tanto, proprio non lo so e penso: ” Ma ci sono stata o no a New York? E’ stato solo un sogno?”.
Che importa.. sono stata bene comunque…
Mood:
Happy