Miagolato il 13 April 2012 - 2:49

E’ un brutto periodo.

Lo so.

Non ci posso fare nulla.

Lo so e basta.

Mi sento defraudata del mio passato, di una memoria storica che io non ho, dei limiti nei ricordi che mi alienano, mi fanno paura. Temo di non poter ricordare tutto il mio passato e non solo il mio. Ho tentato di ricostruire le mie radici, l’ho fatto una sera con mia madre ma ho perso il foglio dove ho scritto tutto. E mi maledico per questo. Certe cose io non le so e non ci posso arrivare più. E mi fa incazzare. Sento il limite e non mi piace. Come posso fare? Io ho dei ricordi, quelli si, ce li ho, ma sono limitati nel tempo. Odio il tempo. Voglio risalire alle mie origini, ne sento il bisogno ma non ho più nessuno per farlo. Che rabbia…

Ho avuto una nonna importante, nonna Santina, santa di nome e di fatto, maestra di matematica, donna forte ma dolce, remissiva ma non troppo, dedita alla vita degli altri ma attenta a non oltrepassare mai i limiti. Come ho detto, maestra di matematica. Mi raccontava che la mattina si alzava alle 5 e, con il calesse (!) andava nei paesi vicini ad insegnare la matematica ai bambini dei contadini… ha sposato mio nonno in seconde nozze perchè era vedovo. Un nonno autoritario, distante da tutti e da tutto, direttore di banca che all’epoca significava molto perchè, in una realtà paesana, dava o non dava la possibilità alla gente di vivere o meno.  Erano molto diversi. Lei era fantastica, lui un pò meno. Lo chiamavano il “reuccio”, appellativo certamente non grazioso. Lei era bella, dolce, forte e cucinava bene, tanto bene. Mi ricordo che mi preparava il latte fritto, ricetta oramai persa nel tempo e poi il pane bagnato con lo zucchero, la marmellata di mele cotogne fatta dal lei, le uova fresche con il buco da bere ogni giorno, il cucchiaio di vino rosso perché faceva buon sangue, il cervello fritto (oddio) obbligatorio una volta a settimana, le seadas con il miele perché rendeva l’animo più dolce, la carne panata con le patatine fritte perché mi piacevano da matti… tutto questo mi allietava la vita nei pomeriggi e nelle sere  quando andavo a casa sua per studiare la matematica, materia a me decisamente ostica. E me la ricordo bene, mia nonna Santina, santa di nome e di fatto. Riusciva, non so come, a comprendere sempre gli altri, riusciva a trovare un significato plausibile a tutto ciò che accadeva intorno a lei. Eppure la vita non era stata troppo gentile con lei…

Mi ricordo che ogni giorno, al ritorno da scuola, andavo da lei a mangiare poichè i miei genitori non erano mai a casa e lei, dopo avermi cucinato cose meravigliose, non so nemmeno come, riusciva a farmi fare i compiti subito, senza pausa, e io non sentivo la fatica. Mi diceva sempre “che bestia che sei in matematica, ma non preoccuparti, non è così importante per la vita”… Avera ragione… a tutt’oggi io e la matematica siamo due cose ben distinte ma io vivo bene ugualmente!!!

Ricordo che mio nonno era il presidente della Lion’s Club e mia nonna, certe sere, si metteva in ghingheri e andava alle cene e io la guardavo esterrefatta, incantata… era tutta luccicante, come dicevo io all’epoca, e pensavo fosse una fata e la guardavo estasiata…

Nei pomeriggi insieme, quando nella cattedrale di Orvieto c’era un matrimonio, lei mi portva sempre a conoscere la sposa perchè io adoravo le spose e dovevo toccare i vestiti. Ricordo una volta in cui, vedendo una sposa uscire dalla chiesa, ho costretto mia nonna a chiederle di portare il velo e poi, talmente emozionata per quel ruolo, le ho rotto con le dita tutto il velo…

Era bella, mia nonna Santina, aveva classe da vendere, sempre elegante, una signora in ogni situazione. Adorava me e mio fratello, figli di suo figlio, il maschio di casa, il medico, il chirurgo, il figlio intelligente e fortunato, il degno erede di cotanto cognome che porto, erede di una dinastia di artisti famosi e gente altolocata, anche se io me ne frego altamente. Lei aveva due figli, mio padre e mia zia. La zia era innanzitutto femmina e anche poco intelligente. La femmina, a quel tempo, era di secondaria importanza. Il maschio era tutto. E in questo clima poco idilliaco sono cresciuti mio padre e sua sorella. Mio padre, da Orvieto, si è trasferito a Roma per studiare, si è laureato con il massimo dei voti in medicina e ha trovato subito lavoro, mia zia ha tergiversato a lungo e poi ha trovato un marito altamente impelagato nella politica di allora, un socialista craxiano, che le ha fatto avere, se posso dirlo, una bella laurea in farmacia. Ma, malgrado tutto ciò, mio padre era mio padre ed era maschio. Il resto non contava più di tanto. Poi siamo arrivati noi, io e mio fratello, belli, biondissimi, figli del figlio maschio e la vita di mia nonna Santina riprendeva senso, dopo l’abbandono dei suoi figli dalla casa paterna. Mia zia, nel frattempo, si era sposata e aveva messo al mondo due figlie, ma, agli occhi di mia nonna, non erano alla nostra altezza… E tutto ciò ha portato ad una grossa rottura tra la mia famiglia e quella di mia zia, o meglio, tra mio padre e sua sorella, con tutte le conseguenze del caso.

Mia nonna Santina ha adorato mia madre, raro caso in cui la classica diatriba tra suocera e nuora decisamente non esisteva. Erano in simbiosi, una donna intelligente con un’altra donna altrettanto tale. Ho dei ricordi bellissimi di loro due e ancora oggi mi porto dentro delle sensazioni bellissime, ricordi teneri e allegri, risate che ancora riecheggiano nell’anima…

Mio padre era un uomo difficile, uomo di grande intelletto, un grande medico, una persona seria, affabile ma al tempo stesso rigido, però sempre con un lato comico, ironico. Mi ricordo che si divertiva a fare tanti scherzi, scherzi che ho poi ritrovato nei film di Ugo Tognazzi. Medico con la “emme” maiuscola. amava il suo lavoro, la sua missione, come la chiamava lui. Erano gli anni ‘70  e il boom di suddetta categoria  era all’apice, ma mio padre non aveva intenzione di fare carriera. Gli avevano offerto un incarico importante, aiuto del Primario di chirurgia generale nell’ospedale San Giacomo di Roma e lui aveva rifiutato. Preferiva lavorare al Pronto Soccorso la notte. Gli piaceva salvare la vita della gente e basta. Mi ricordo un racconto fattomi da lui in cui, una sera era arrivato un personaggio famoso, poi identificato come Helmut Berger, che aveva tentato il suicidio (ironia della sorte) presentandosi al Pronto Soccorso con un coltello piantato nel ventre e che lui lo aveva salvato, o il giocatore Re Cecconi, arrivato al Pronto Soccorso con una pallottola nel ventre e che lui, ahimé, non era riuscito a salvarlo e se dannava l’anima… Diagnosticava malattie al solo guardare negli occhi della gente e non gliene fregava nulla di tutte le varie carriere che gli roteavano intorno. Mia nonna Santina era fiera di lui, per lei, lui incarnava l’essenza della sua vita ed era ergogliosa del figlio che aveva partorito.

All’epoca, mio padre aveva già noi e mia madre. Mia madre premeva per fargli fare carriera ma lui se ne fregava altamente. Mi madre, sempre all’epoca, lavorava molto e guadagnava altrettanto, anche oltre mio padre e da lì, la situazione ha cominciato a degenerare. Metriche strane in cui non voglio entrare più. Non riuscivano più ad andare d’accordo. Mi ricordo litigi inutili, esasperati, esagerati, paradossali, oltremodo eccessivi. Di lì a poco, inevitabile, la separazione. Mia nonna Santina era atterrita, triste, non riusciva a farsene una ragione. Piangeva, dimagriva a vista d’occhio, non era più la stessa nonna di prima. Il silenzio regnava con lei e in lei. Si era creata un mondo tutto suo, fatto di silenzi esasperanti che anche io riuscivo a cogliere, benché all’epoca ancora 12enne. Mia nonna Santina era cambiata, il suo eterno sorriso alla vita non c’era più, dimenticava tutto, sembrava non essere più attaccata a nulla. Non era più la mia nonna e non riuscivo a capirne la ragione ma ricordo una sofferenza fisica ed espressiva che non mi toglierò più dalla mente e dal cuore. Lei sapeva, oggi lo so, che stava per arrivare un giro di boa. Ed infatti così è stato.

Una volta separati, mio padre ha obbligato sua madre a non rivolgere più la parola alla mia, vuoi per gelosia, vuoi per limiti, vuoi per fragilità e lei si è congedata da mia madre dicendole che le voleva bene, che gliene avrebbe sempre voluto tanto e che le dispiaceva troppo ma che non poteva sottrarsi al  volere di suo figlio e che non avrebbe potuto più parlarle. Erano sempre gli anni ‘70…

Mi nonna Santina era una donna semplice ma sempre speciale, una donna con gli attributi, donna che è sopravvissuta alle angherie di un marito freddo e distaccato, che l’ha trattata sempre con sufficienza, è sopravissuta alla morte di suo marito, al suicidio del suo figlio preferito. Una donna vera, insomma. di quelle che non se ne trovano in giro.

Lei è morta dopo suo marito e suo figlio, attaccandosi ai suoi ricordi, al suo forte credo in dio, alla sua semplicità , al suo profondo senso della vita, all’amore che ha dimostrato nei confronti di tutti, andando anche, alle volte, contro corrente, ma mantenendo sempre la sua personalità, assecondando stupidi sentimenti, vivendo la vita con estrema umiltà e non dimenticando mai di esternare l’affetto per i suoi cari, anche in situazioni estreme.

Dico solo che mia madre, deceduta a giungo scorso, portava ancora la vestaglia che mia nonna Santina le aveva regalato, sempre negli anni ‘70.

Tutto ciò ha un senso. Lo deve avere.

Cara nonna Santina, sei e sarai per sempre la mia nonna preferita e mai come in questo periodo vorrei averti vicina.

Ti voglio e ti vorrò sempre un gran bene. e spero, anche se mi trovo, mio malgrado, ad essere completamente atea, che tu possa esserti ritrovata con mia madre e che da chissà quale parte, voi possiate esservi ritrovate anche nell’affetto che avete sempre provato reciprocamente l’una nei confronti dell’altra.

Vi immagino, e voglio proprio farlo, a ridere e scherzare come un tempo. Tempo che io ho vissuto con voi.

Grazie nonna mia, abbi cura della mia  mamma.

Sempre e per sempre.

Tua nipote.