Quante parole si riescono a dire in un minuto?
A volte troppe, altre troppo poche, altre ancora messe alla rinfusa, oppure al posto giusto con l’unico preciso scopo di ferire, il più delle volte per cercare di spiegare e capire, ma per questi ultimi, non sempre accade.
Forse per capire le cose, basterebbe pensare alle parole che si pronunciano per comprenderne il vero significato, alla “parola” in sé e non alla definizione. Se solo pensassimo veramente alle parole che diciamo, avremmo una capacità di capire le cose molto più alta di quella che ci viene concessa dalle definizioni. Quante volte mi è successo di pensare a parole che uso quotidianamente ed improvvisamente non capirne più la definizione di comodo che ne viene data!
Acqua, A – C – Q – U – A
Luce, L – U – C – E
Amore, A – M- O – R – E
Ombra, O – M – B – R- A
In questi giorni le parole che ho più pensato, usato, ascoltato sono: Sonno, Pioggia, Tu, Freddo, Senza, Chiudere, Cosa, Allontanato, Sola, Mare, Dimmi, Più, Sensazione, Caso, Eclatante, Scusa, Cosciente, Leone, Perdere, Fine.
Diventeranno, parte integrante della mia vita, capitoli importanti della mia storia o si limeteranno solo ad essere delle definizioni?
E se le parole non esistessero?
Cosa succederebbe?
Gli eventi accadrebbero ugualmente, il sole sorgerebbe, la pioggia cadrebbe, il mare sarebbe blu, l’amore, l’affetto, l’odio, la paura, la solitudine esisterebbero…
Forse certe volte la cosa giusta da fare sarebbe tacere.
Ecco.
Oggi sarebbe la giornata giusta.
Davanti a me il cielo, le case, i balconi colmi di fiori.
Belli i fiori. Quanto sono colorati… Vedo il ricosperma, le peonie, gli oleandri, i gerani rosso fuoco.
Alberi maestosi, pini secolari, una magnolia che regala il meglio di sé.
Il sole sta tramontando e la luce riflessa sugli alberi è stupefacente.
Phil Collins in sottofondo con “In the air tonight”.
Ha ragione lui e le sue parole si sposano con quello che vedo in questo momento.
Arrivano gli odori di cucina da altre case, odori intensi, di altri tempi, che sanno di buono, che mi fanno pensare a mia nonna.
Vedo una gatta che gioca, delle candele accese, una tavola ben apparecchiata.
Vedo l’intento di chiudere la giornata nel miglior modo possibile, vedo la voglia di far rilassare la mia anima, vedo lo sforzo per farmi sorridere, anche solo un pò.
Gli occhi sono lo specchio dell’anima.
L’anima ringrazia.
Ci sono sempre nuvole nel cielo. Non è mai completamente sgombro, profondamente celeste, infinitamente infinito. Mi piace questo termine.
C’è sempre qualche nuvola che spunta all’improvviso, quasi per dispetto, quasi a voler significare che non bisogna abituarsi alla compattezza di quell’azzurro, a quel senso di quiete che si percepisce guardando in alto, fissando il nulla, come viene comunemente chiamato.
Ci sono le nuvole, sempre.
Impossibile non vederle.
Impossibile non notarle.
Di solito sono belle.
Quante volte si fantastica sulla loro forma? Guarda… ora sembra un cavallo, ora un viso, ora una tigre…
La compattezza ed il colore attraggono sempre, questo è vero. Quante volte ho sperato che fossero fatte di panna e quanto è bello quando sei in aereo passarci proprio dentro…
Ci penso sempre ogni volta e quando le attraverso mi sento quasi invincibile, forse un pò superman…
Strana sensazione.
Bella, però.
Ma quando i miei piedi calpestano la terra, quando guardo il cielo ed avrei bisogno di vederlo compatto, sgombro, pulito, quando necessito di uniformità con l’unico scopo di acquietare la mia anima sempre in tumulto, allora no, c’è sempre una nuvola a turbare la mia voglia di pace, la mia ricerca di tranquillità, il mio bisogno di infinito per non sentirmi limitata, dove ricerare la mia solitudine, i miei pensieri più reconditi, dove ritrovare la forza di andare avanti.
E’ un periodo particolare per me, molto difficile e francamente non so come affrontarlo, dove trovare la forza per dare a mia volta forza.
Guardo il cielo e lo prego di spazzare via tutte le nuvole.
Ho bisogno di vedere solo la compattezza, senza particolari aggiunti. Ho bisogno di rinforzare l’anima forse solo semplicemtente guardando il blu.
Mi ascolterà?
E’ tanto tempo che non scrivo qui su questa mia pagina veramente privata, lontana da tutti e da tutto, il mio piccolo rifugio elettronico.
Ed è anche tanto tempo che non ci vengo, chissà perchè. Quando ho aperto questo blog, ero sicura che ne avrei usufruito alla grande, che sarebbe stata la mia valvola di sfogo, il mio angolo personale, in un certo senso una parte di me. E lo è, questo è certo, ma non so perchè è da un pò che non ci torno. Eppure mi manca. Ci sono giorni che non penso ad altro, che avrei voglia di sedermi e di dire quello che ho dentro. Ma non lo faccio. In questo ultimo periodo mi sono fatta prendere da troppe cose, o meglio, troppe cose mi hanno fagocitata letteralmente. Il lavoro, che in questo periodo è massacrante e chi mi conosce personalmente sa che non sto esagerando, mio figlio, che è fantastico ma che mi fa andare sempre di fretta, mia madre, altalenante ogni giorno che passa, mio fratello, intrigato in vicissitudini familiari estremamente complicate, una mia parente, costretta ad affrontare, a soli ventotto anni, un aborto terapeutico a causa di un cancro maligno al seno. Io vengo dopo tutto questo e so perfettamente che non è poi tanto giusto. Sto reggendo situazioni difficili, ménage complicati, alla costante ricerca di equilibrare sempre tutto. Ho mal di schiena. Ho un dolore acuto alla base del collo che mi atterrisce, mi si bloccano le braccia, non riesco a dormire bene e faccio anche sogni tremendi in cui degli extraterrestri mi devono iniettare un liquido letale e devo andare a morire in Giappone…
Sono una persona con una parola sola ed ho sempre aiutato chi mi ha chiesto una mano. Ultimamente, un amico del nord è venuto a Roma a causa di una serie di problemi personali. Mi ha chiesto una mano ed io, per la prima volta nella mia vita, non ho fatto praticamente nulla. Mi è dispiaciuto molto e mentre stavo in Sardegna per lavoro, non ho fatto altro che pensare a questo. Questa non sono io. La miciastra che io conosco è sempre stata diversa, non mi piace la miciastra di oggi.
Giraffa e Ibi mi chiedono come sto. Non lo so proprio. Veramente. Cerco di guardare avanti, mi faccio forza, sono un leone e da leone vorrei comportarmi. Ma, alle volte, mi accorgo che mi mancano le unghie, che non riesco a cacciare, non ce la faccio a stare sdraiata al sole, che non individuo la preda e soprattutto che non sono il re della foresta in questo momento specifico e vi assicuro che non c’è peggio per un leone di sentirsi una pecora!
Ma dentro di me c’è ancora la miciastra di un tempo, nascosta non so dove, ma c’è. Io lo so. Avrei voglia di andare un giorno al mare e di mangiare al sole, guardando le onde che vanno e vengono, avrei voglia di respirare a pieni polmoni l’aria colma di salsedine o di iodio, come dice sempre mia madre, avrei voglia di sentire la mia voce ed ascoltare le cose che dico ed avrei voglia di dire cose carine, che mi potessero, in qualche maniera, far ridere.
La miciastra che è sempre stata in me, ultimamente mi ha dimenticata in qualche angolo sperduto delle strade di Roma e mi sento un pò persa, un pò strana, un pò male.
Spesso mi dico – dai, stai calma, passerà -ma le mie stesse parole non mi tranquillizzano affatto.
Ma io sono miciastra e spero che MICIASTRA tornerà ad essere se stessa, prima o poi. Meglio prima che poi, perchè non so per quanto ancora riusciurò a reggere questa situazione.
Dedico queste parole a Miciastra, con la speranza che tutto ciò possa servirle per un prossimo giro di boa.
Pubblico qui il pensiero di una persona che mi ha letteralmente rubato le parole dalla bocca e dal cuore.
“Bella domanda, specialmente se è posta ora.
Ognuno ne da una definizione, a partire dalla Chiesa e i suoi bigotti adepti, che la difendono ad oltranza.
Ho tirato giù ( scaricare non mi è mai piaciuto come termine, ricorda altre azioni ) la definizione da wikipedia e l’enciclopedia ha elencato quanto segue:
Dopo anni di studi e interrogativi si è arrivato alla stesura di sette pilastri fondamentali che definiscono il concetto di vita, cioè le caratteristiche che fanno di un agglomerato di composti chimici un organismo vivente, in questo modo:
1.Programma, cioè un piano organizzativo che descrive gli elementi e le loro interazioni.
2. Improvvisazione, cioè la capacità di cambiare il programma quando cambiano le condizioni.
3. Compartimentalizzazione, cioè la presenza di membrane o di altre strutture che dividano il vivente dal mondo esterno.
4. Energia, che deve essere acquisita e scambiata con il mondo esterno.
5. Rigenerazione, cioè il ricambio di strutture usurate o mancanti.
6. Adattabilità, cioè le risposte immediate ai pericoli o agli stimoli esterni.
7. Specificità degli enzimi che svolgono una certa funzione
Orrenda, non è vero? Ma è così.
La vita è una forma di energia, che l’uomo ha arricchito con la testa e con il cuore.
Una cellula, basandoci sulla definizione orrenda sopra citata è indubbiamente viva, ma che palle!!
Un essere vivente che non interagisce con il mondo esterno è vivo, ma non VIVE.
Ecco, non volendo ho differenziato la vita: vita scritta in minuscolo, quella delle cellule,
VITA scritta in maiuscolo, quella degli esseri umani.
La chiesa difende ad oltranza la vita a prescindere di come sia scritta, a patto che:
1. non sei eretico, nel qual caso puoi bruciare al rogo insieme agli oltre 5000 esseri umani bruciati ( senza i 2000 del top player Torquemada, ma lui era un fuoriclasse )
2.non sei rivoluzionario, nel qual caso la ghigliottina è assicurata ( chiedere di Targhini e Montanari )
3. non sei ebreo, nel qual caso l’olocausto che ti può beccare potrebbe anche non esistere.
4. non sei bambino negli stati uniti e frequenti la parrocchietta sbagliata
Se invece sei un vegetale e avevi espressamente detto che non volevi essere tale, non hai nessun diritto. devi vivere. Ma vivere con i caratteri minuscoli e costringere i genitori ad assistere a tale scempio.
Perchè vai in prima pagina e diventi assurdamente VIVA in quanto ognuno ti affibbia l’etichetta propria: la tua vita diventa merce di scambio ipocrita per il capo del Governo, che avrà fatto i suoi conticini statistici e impone la propria volontà persino modificando la Costituzione tanto adora fare leggi ad personam.
Così sarai VIVA, almeno fino a quando i riflettori saranno accanto al tuo lettino: al primo cambio di scena a mano a mano l’attenzione verrà meno, Bruno Vespa parlerà d’altro, la chiesa sarà costretta a rettificare l’ennesima gaffe del papa e i canali d’informazione faranno le maniche di vento a seguire la direzione imposta.
Così tornerai alla tua vita, con un padre disperato e te che sei talmente viva che potresti ( cito il Presidente del Consiglio ) rimanere incinta.
Nessuno capisce che vita sia la tua, Eluana, a nessuno importa come vivi.
Ti auguro di avere quello che desideri.”
Dopo una giornata passata a far valere il rispetto verso il prossimo, nella quale ho ritirato fuori la mia grinta di un tempo e, da gran signora quale sono, ho fatto notare che le porte in faccia non si chiudono a nessuno, qualsiasi sia il tipo di rapporto ma men che meno quando ci si trova dinnanzi ad una signora, bhè, posso dire che la mia giornata si sia conclusa degnamente.
Se poi vogliamo aggiungerci una cena improvvisata con mio fratello e suo figlio, il padrone di Cuchicco, serata in cui il mio amore piccolo mi ha chiamata “tia” e mi ha abbracciato molte volte, spinto dal budino al cioccolato, l’ovetto kinder ed innummerevoli altre leccornie, bhè, devo ammettere che la giornata la posso ritenere soddisfacente.
Bello sentirsi chiamare “tia”, bello aver preparato il budino al cioccolato, sperando nella venuta di mio fratello e cucciolo annesso, bello vedere il padrone di Cuchicco chiedermi: “Tia, mi dai un pemio (manca la erre) se mangio la canne (idem come prima)?” Bello vederlo girare per casa, per la prima volta senza paure, tranne quella per il mio gatto Ruggero, bello sentirlo ridere, giocare con mio figlio, bello vederlo partecipare alla serata in maniera autonoma, bello sentirlo chiedere la “ppada lase” (mancano la “esse” e la “erre”, come sempre) e subito dopo brandirla con foga ed eccitazione…
Bello tutto questo.
Mi fa bene al cuore.
Sabato pomeriggio è passato ed ora sono le 20.45.
Giornata faticosa perchè ho pulito casa, ho fatto la spesa, ho programmato la settimana perchè devo necessariamente farlo.
Sono proprio stanca. Vicissitudini lavorative mi hanno costretta a “stare sul pezzo” come non mai.
Grosse delusioni dal punto di vista professionale, per la prima volta nella mia vita ho toccato con mano la famosa questione delle raccomandazioni e mi sono vista proiettare in meandri oscuri. Il vomito e lo schifo provato in questi giorni non è possiblile descriverlo. La mia vita si basa essenzialmente sulla meritocrazia, sono una pura, non concepisco e non capisco chi si fa strada in maniera non canonica. Io non ho mai usufruito delle raccomandazioni anche se potrei ad avrei potuto sempre farlo, perchè credo fermamente nelle persone.
Ma mi è successo.
Mi è stato detto: “posso darti una non risposta, tra te e lei, devo scegliere te”.
Cazzo. Non è facile vivere tutto questo. Ho visto ben 26 anni della mia vita professioale andare in fumo, vanficati in una sola, misera frase.
Non ho dormito per ben due notti, pensando a tutto questo, a quanto io mi fossi sentita inutile, quasi un meteora, meramente di passaggio, in una situazione in cui, invece, avrei dovuto sentirmi diversamente.
Ho pianto.
Io non ho mai pianto per lavoro. Il dolore dovrebbe essere ben altro.
Si dovrebbe piangere per cose ben più profonde.
Eppure l’ho fatto.
Mi sono ritrovata in una situazione paradossale, allucinante, non gestibile.
Ed il cuore e l’amor proprio sono stati colpiti duramente.
L’istinto mi ha suggerito di stare in silenzio, di non parlare con nessuno e di far finta di niente.
E così ho fatto.
Ma il silenzio pesa nell’animo, nel cuore, nel non dover reagire, nel mandar giù tutto questo.
Sono stati giorni difficili, tristi, incomprensibili, assurdi.
Oltretutto, io, per carattere, proprio non riesco a stare zitta, per cui è stato veramente molto difficile.
Ad oggi, le cose sembrano appianate, ma rimane nel mio cuore il fatto che, con il loro gesto, abbiano comunque vanificato 26 anni del mio lavoro.
E non sto bene, affatto.
Improvvisamente mi sento un’ameba, un barbapapà, un numero di matricola, un niente.
Brutto, accidenti.
Per me deleterio.
Io credo in quel che faccio e sono sempre pronta ad aiutare tutti, non mi sono mai tirata indietro, non mi è mai “caduta la corona”, credo nel lavoro di squadra, con lo scopo unico di ottenere dei traguardi ottimali.
Non ho mai avuto paura di essere defraudata di qualcosa.
Purtroppo mi è successo e che brutta sensazione…
Ma oggi è sabato.
Ho pulito casa, ho aiutato mio figlio a fare i compiti, ho fatto la spesa, l’ho accompagnato dal suo amico.
E’ partito per il fine settimana. Diventa grande, mio figlio e si allontana come è giusto che sia.
Invernomuto aveva bisogno di aiuto e siamo andati a casa sua e l’abbiamo pulita a fondo.
Non mi è pesato, perchè lui è il mio miglior amico e farei quasiasi cosa per lui.
La “bicocca”, la mia “creatura” è pulitissima ed in ordine ed ora ci stiamo cucinando una spigola al forno e spaghetti alle vongole vera.
Questo mi ripaga dei dispiaceri della settimana.
Post post: ad essere sinceri, una cosa mi ha anche aiutata in questa settimana. Un mio caro amico, a cui voglio molto bene ha avuto una bambina da poco, Rebecca, nome bellissimo e lei bellissima, degna di cotanto nome, mi ha fatto pensare alla vita, a quella che inizia, senza pregiudizi, senza distinzioni, alla purezza ed il suo pensiero mi ha confortata molto, mi ha attaccata alla vita, alle cose semplici, al respiro, all’amore.
Penso spesso a lei ed il pensiero mi conforta, mi fa stare meglio, mi fa sentire pulita, quasi pura.
Grazie anche a Rebecca, creatura pura e semplice.
“Bho, io non lo so… tu alle volte parli così…”
Così come? Come parlo? Che dico di tanto strano? E’ vero, io parlo tanto, dico esattamente sempre tutto quello che penso ma non credo di dire cose strane, o meglio, così tanto strane. Oppure si?!?
E da questa domanda fattami qualche minuto fa e che aveva un risvolto totalmente simpatico, mi sono sorti dei dubbi un pò più seri oppure anch’essi faceti, non lo so.
Ma sono così anomala io? Dico cose tanto strane? Ma strane rispetto a cosa e a chi? Dov’è il limite? E perchè poi?
Bei dubbi.
Mi viene in mente il testo di una canzone di un grande artista:
Parlare parlare
e usare codici convenienti
uomini uomini
per sfruttare meglio le correnti
figli e nipoti
di un abbaglio di generazione
povere anime
con difetti di costruzione.
Non dice a tutti la sua età
la vostra automobile ha trent’anni
ah, non è qui
che avrebbe impegnato il cuore.
Correre correre
non è questione di energia
ma di stato delle cose
di presunta buona sintonia
vantando un residuo
in un credito d’illusione
alla nostra serenità
alla nostra situazione.
Non dice mai la verità
la vostra donna di trent’anni
ah, non è qui
che avrebbe impegnato il cuore.
Bello sentire
un altro passo vicino
e non fantasia
signore e signori
per amore non per altro
si recita oh.
Non dice sempre come va.
la nostra donna di trent’anni
noi non è qui
che avremmo impegnato il cuore
Bhè, stasera li lascio da parte perchè ho bisogno di far calmare il temporale che ho dentro. Voglio dare quiete al cuore ed all’anima.
E’ una di quelle notti in cui rivedo la mia vita.
E non dormirò bene. Già lo so.
Confido nel mio cuore. Mi salverà da questa notte così oscura?
Speriamo.
Sono sopravvissuta anche a questo Natale.
Partita il 23 per Orvieto, arrivo nella mia splendida casa umbra, la casa delle mie radici, dei miei antenati, dove ogni angolo racconta qualcosa e poichè sono circa 800 mq, di cose da raccontare ce ne sono a bizzeffe, si portrebbero addirittura organizzare dei giri turistici. C’è il “muro degli antenati” che mi incanta ogni volta che vengo qui. Facce inespressive ed in posa per foto scattate con i primi mezzi a disposizione, donne acconciate con chignon e sedute su portrone importanti con schiere di bambini tutti rigorosamente vestiti a festa e uomini con baffoni e sguardo altero. Loro sono i miei avi, quelli da cui discendo, quelli a cui devo la mia esistenza ma che non ho mai incontrato e, se non ci fosse mia madre che puntualmente mi ricorda i loro nomi ed i vari “incastri” familiari, io avrei dei grossi problemi a spiegare tutto questo a mio figlio. Bello il muro degli avi, bella questa casa che trasuda di vite passate. Il letto della bisnonna Olga, il comò della trisalvola Agnese, la madia dipinta da mia nonna, il lampadario che il trisavolo prese a Murano, che a comprarlo oggi bisognerebbe chiedere tutto il tfr. I pianoforte rigorosamente neri con porta candele tenuti sempre accordati, gli orologi a pendolo sincronizzati per suonare uno dopo l’altro che evocano film dell’orrore e che da piccola mi terrorizzavano. Mia nonna non li fermava mai perchè era segno di sventura; mia madre, pur non vivendoci, ha incaricato una signora che viene giornalmente a caricarli. Tradizioni. Tutto qui profuma di tradizioni. Il focolare sempre acceso, chiaro segno di vita in casa, la porta sempre aperta, pronta a dare il benvenuto a chiunque sia di passaggio. Oggetti strani, attrezzi serviti a chissà cosa, vecchi occhiali che si mettevano sul naso, piatti inglesi portati dal trisnonno, kit per le messe da campo dello zio prete che ha fatto la campagna d’Africa, che per esigenza di vita mise i pantaloni al posto della tonaca e per questo fu redarguito dalla chiesa. Oggi posso dire che lo zio di mia madre ha fatto da capostipite alla mise dei preti di oggi. Armadi che contengono vite passate, tessuti in canapa fatti a mano, tovaglie ricamate da chissà quale zia, prozia, biszia, triszia, quadrisizia, ricordi del fascio littorio, fotografie, oggetti, editti, medaglie, tirapugni, baionette. Tutto questo è passato da qui. Tutto si è fermato anche per un attimo dentro questa casa. E poi i racconti. Quanto mi piacciono. La notte in cui venne comuniato a mio nonno che mia madre l’indomani avrebbe dovuto consegnare al duce un fascio di fiori. Una notte in cui tutte le donne di casa hanno dovuto cucire il vestito da piccola italiana poichè mio nonno, non tanto fascista, non aveva mai voluto farglielo fare. E la gioia di mia madre nell’avere quel vestitino con quella bella M in metallo sul petto che stava a significare il fatidico “me ne frego” del de cuius e che a causa di famigerato vestitino non aveva mai partecipato alle adunate del sabato mattina…
E la gioia negli occhi di mia madre nel raccontarmi la vita passata, con la voglia recondita nel cuore a non far morire i ricordi. Tutti quanti, indistintamente.
Bello.
La memoria storica mi fa bene all’animo, mi fa sentire parte di un “qualcosa” che prima era molto forte tra le persone e che oggi non lo è decisamente più.
Oltre a tutto ciò, ho lavorato come una matta, sempre in cucina, sempre a preparare pranzi e cene per minimo undici persone, tanto che mi hanno soprannominato “Miss Rossella”, labellissima mammy di Via col Vento.
Ma, anche se stanca morta, non mi importa.
E’ stato un bel Natale, tutti insieme ma stavolta con il cuore.
Forse per la malattia di mia madre, non so e non lo voglio proprio sapere. C’eravamo tutti.
So solo che è stato bello e ne vorrei altri cento di natali così.
