Sono sopravvissuta anche a questo Natale.
Partita il 23 per Orvieto, arrivo nella mia splendida casa umbra, la casa delle mie radici, dei miei antenati, dove ogni angolo racconta qualcosa e poichè sono circa 800 mq, di cose da raccontare ce ne sono a bizzeffe, si portrebbero addirittura organizzare dei giri turistici. C’è il “muro degli antenati” che mi incanta ogni volta che vengo qui. Facce inespressive ed in posa per foto scattate con i primi mezzi a disposizione, donne acconciate con chignon e sedute su portrone importanti con schiere di bambini tutti rigorosamente vestiti a festa e uomini con baffoni e sguardo altero. Loro sono i miei avi, quelli da cui discendo, quelli a cui devo la mia esistenza ma che non ho mai incontrato e, se non ci fosse mia madre che puntualmente mi ricorda i loro nomi ed i vari “incastri” familiari, io avrei dei grossi problemi a spiegare tutto questo a mio figlio. Bello il muro degli avi, bella questa casa che trasuda di vite passate. Il letto della bisnonna Olga, il comò della trisalvola Agnese, la madia dipinta da mia nonna, il lampadario che il trisavolo prese a Murano, che a comprarlo oggi bisognerebbe chiedere tutto il tfr. I pianoforte rigorosamente neri con porta candele tenuti sempre accordati, gli orologi a pendolo sincronizzati per suonare uno dopo l’altro che evocano film dell’orrore e che da piccola mi terrorizzavano. Mia nonna non li fermava mai perchè era segno di sventura; mia madre, pur non vivendoci, ha incaricato una signora che viene giornalmente a caricarli. Tradizioni. Tutto qui profuma di tradizioni. Il focolare sempre acceso, chiaro segno di vita in casa, la porta sempre aperta, pronta a dare il benvenuto a chiunque sia di passaggio. Oggetti strani, attrezzi serviti a chissà cosa, vecchi occhiali che si mettevano sul naso, piatti inglesi portati dal trisnonno, kit per le messe da campo dello zio prete che ha fatto la campagna d’Africa, che per esigenza di vita mise i pantaloni al posto della tonaca e per questo fu redarguito dalla chiesa. Oggi posso dire che lo zio di mia madre ha fatto da capostipite alla mise dei preti di oggi. Armadi che contengono vite passate, tessuti in canapa fatti a mano, tovaglie ricamate da chissà quale zia, prozia, biszia, triszia, quadrisizia, ricordi del fascio littorio, fotografie, oggetti, editti, medaglie, tirapugni, baionette. Tutto questo è passato da qui. Tutto si è fermato anche per un attimo dentro questa casa. E poi i racconti. Quanto mi piacciono. La notte in cui venne comuniato a mio nonno che mia madre l’indomani avrebbe dovuto consegnare al duce un fascio di fiori. Una notte in cui tutte le donne di casa hanno dovuto cucire il vestito da piccola italiana poichè mio nonno, non tanto fascista, non aveva mai voluto farglielo fare. E la gioia di mia madre nell’avere quel vestitino con quella bella M in metallo sul petto che stava a significare il fatidico “me ne frego” del de cuius e che a causa di famigerato vestitino non aveva mai partecipato alle adunate del sabato mattina…
E la gioia negli occhi di mia madre nel raccontarmi la vita passata, con la voglia recondita nel cuore a non far morire i ricordi. Tutti quanti, indistintamente.
Bello.
La memoria storica mi fa bene all’animo, mi fa sentire parte di un “qualcosa” che prima era molto forte tra le persone e che oggi non lo è decisamente più.
Oltre a tutto ciò, ho lavorato come una matta, sempre in cucina, sempre a preparare pranzi e cene per minimo undici persone, tanto che mi hanno soprannominato “Miss Rossella”, labellissima mammy di Via col Vento.
Ma, anche se stanca morta, non mi importa.
E’ stato un bel Natale, tutti insieme ma stavolta con il cuore.
Forse per la malattia di mia madre, non so e non lo voglio proprio sapere. C’eravamo tutti.
So solo che è stato bello e ne vorrei altri cento di natali così.


comunque
Il pleure dans mon coeur
Comme il pleut sur la ville;
Quelle est cette langueur
Qui pénètre mon coeur ?
Ô bruit doux de la pluie
Par terre et sur les toits !
Pour un coeur qui s’ennuie,
Ô le chant de la pluie !
Il pleure sans raison
Dans ce coeur qui s’écoeure.
Quoi ! nulle trahison ?…
Ce deuil est sans raison.
C’est bien la pire peine
De ne savoir pourquoi
Sans amour et sans haine
Mon coeur a tant de peine !
Paul Verlaine
Qui la traduzione
E’ già da un pò che mi sono iscritta su FACEBOOK. L’ho fatto soprattutto per mio figlio che mi ha dato della “cariatide”, di quella non al passo con i tempi, eccetera, eccetera, tanto che mi si sono anche accentuate le rughe…
Bhè, mi son detta - facciamo quest’iscrizione su “’sto coso”, così sono al passo con i tempi, tanto che me ne frega? Non ci andrò mai, non mi piacciono queste cazzate… ”
Tant’è. Faccio l’iscrizione e lì finisce.
Dopo alcuni giorni, cominciano ad arrivarmi nell’email richieste d’amicizia di gente che conoscevo da tempo… Ma come? – mi sono detta – perchè mi chiedono amicizia se siamo già amici? Ma cos’è? Che significa? Clicco sul link che faccialibro mi indica e comincio a capire la situazione (lo so, sono un pochino tarda, come si dice da noi in Umbria, ma che devo farci?)
E da lì, inizia un tartassamento continuo e costante, fatto di “causes” demenziali,, di “Kisses”, suggerimenti di amicizie – ma quelle non me le posso scegliere io? – , “adotta un cucciolo” – io ho già una belva in casa – , “qual’è il tuo peg?” – ehhhh?!?!? – , “quanto conosci Roma?” – ma che cazzo te ne frega? Io ci sono nata… – , richieste per inviti ad eventi – ma il mio cell te l’ho dato anni fa, perchè non mi chiami e me lo dici direttamente con la tua bella voce? – , “inviti per gli amici in vendita” – in vendità?!? Ma come… l’amicizia, quel sentimento che si costruisce con gli anni, il sudore, la fatica… Ma come in V E N D I T A … ma è in vendita veramente???? Ed io che credevo in certi valori… che stolta… - , e poi “take the quiz” – no, guarda io sono negata per ’ste cose, non ne indovino una nemmeno a “Chi vuol esser milionario”, tanto che mi sono convinta che rimarrò per sempre povera nella vita – , e poi gli inviti agli “hugs” – bhè a me gli abbracci piacciono F I S I C I, che cazzo me ne frega di abbracciarti virtualmente? Io sono una verace, passionale, sanguigna, così mi sento proprio castrata… -, “Sei fan di Fraccazzo da Velletri? Un amico lo è. Diventa fan” – minchia, questa mi piace, divento fan – “ora sei fan” – fantastico… e poi che succede?!?! – , ultima ma non ultima, la fatidica frase ” Che fai in questo momento?” - Oddio, che faccio? Leggo faccialibro, mi incastro con tutte queste richieste, perdo il mio tempo dietro a tutte le cazzate che si scrivono, perchè ovviamente tutti scrivono cazzate, visto che tutti leggono tutto, nessuno si mette in gioco, messuno dice che sta di merda, che non ha voglia di andare avanti, che la vita non ha senso, che ti sta sul cazzo il vicino perchè non ti rispetta, che non ha i soldi per arrivare a fine mese, che ha un malato terminale in casa e non sa come affrontare la vita accanto a lui, che è un frustrato sul lavoro, che vorrebbe mandare a quel paese il mondo che non sa chi è lui, che lo ignora del tutto…
No, tutto il contrario. Ho visto scritte assurde, stupidaggini vere e proprie e mi sono ritrovata a scriverle anche io.
“Oggi mi gira, oggi sono sudato (?) – Buongiorno belle! (Io bella?!?!? a quest’ora assomiglio più ad uno zombi che ad un essere umano)- non è una buona giornata (sapessi la mia) - porto il cane a far pipì (ora mi sento meglio) - chissà se uscirò stasera?( bhè, è un bel dilemma, peggio della fame nel mondo, fai bene a preoccupartene) - non vorrei dormire ma ho sonno ( e dormi, no?) - mi sono alzato alle 9.45 (una grande notizia) - non mi parlate, sono stanca (cazzo scrivi a fare?) - forse vado in Colombia a Natale ( c’ho piacere per te)… ma non ho mai trovato messaggi tipo ” Ho visto cose che voi umani non potreste immaginare… navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione. E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhauser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire…”, chissa come mai.
Io parlo, critico ma devo ammettere che ultimamente sono stata letteralmete fagocitata da “’sta cosa”, come la chiamo, tanto da non leggere più i miei blog quotidiani, non esprimermi più come dico io e tutto ciò mi fa incazzare.
L’unica cosa positiva di tutto questo è che ho ritrovato le mie “amichette del cuore”, quelle due amiche con le quali ho passato un’infanzia ed adolescenza meravigliose.
Solo per questo ringrazio faccialibro.
Per il resto, bhè…lasciamo perdere.
Mi disintossicherò, lo giuro.
E ritroverò i miei spazi.
Questa mi ha fatto sorridere…

Antico modo per dire che, conclusa una cosa, si può ricominciare da capo.
Operazione all’ascella effettuata. Decorso post operatorio di merda perchè non pensavo di stare così male. Mi hanno lasciato due tubi di spurgo ed il dolore è stato lancinante. Non ho praticamente usato la mano destra e, anche se sono mancinissima, ho avuto notevoli problemi. Tirarsi su i pantaloni, allacciarsi le scarpe, ecc.
Ora sto bene, ma non vorrei dirlo troppo a voce alta, visto il periodo storico che sto vivendo.
Oramai scrivo solo cose estremamente legate al dolore e sofferenza, tanto che mi dò fastidio da sola nello scriverle e nel rileggerle. Ma è ciò che mi capita in questo periodo così, diciamo, particolare. Passerà, mi dico, deve passare prima o poi, no?
Giovedì sono stata operata all’ascella destra per una idrosadenite, causata da deodoranti, epilazioni varie, insomma non so bene, tanto non serve saperlo perchè m’è venuta lo stesso.
Era da un pò che mi portavo questo problemino e lunedì mattina, mentre andavo ad Arezzo, ho telefonato al mio amico chirurgo che già mi ha operato in precedenza, gli ho descritto la situazione e lui ha subito programmato l’intervento per giovedì, con ecografia e visita il giorno precedente.
Mercoledì sono andata a fare l’ecografia e, appurato che non si trattava di altro, mi ha confermato l’operazione.
Dunque, io sono una persona risoluta, quando decido, ho deciso e non amo perdere tempo ed affronto la situazione che mi si presenta davanti, preferibilmente da sola.
E così è stato.
Alle 10.30 ero in clinica, ho fatto tutte le analisi di routine, tra cui la radiografia ai polmoni che è risultata nella norma e per una fumatrice come me è già qualcosa.
Mi dicono di indossare un camice e di togliere tutte le cose metalliche. Porcaputtana, io ho un vero e proprio arsenale addosso!!! “Anche il piercing all’ombelico?”, “Si, tutto”. Passo così i successivi trenta minuti, mettendo sul letto tutta l’argenteria e constatando, alla fine, che posso far concorrenza ad un venditore ambulante.
Alle 14.30 sono venuti a prendermi con il lettino, o lettiga, insomma un letto con le ruote, che fa tanto Grey’s anatomy.
Il letti-ino/ga era altissimo e l’infermiere mi ha messo una sedia per poter salire [ma non si alzano/abbassano idraulicamente?]
Gli ho chiesto: “Ma non posso venire giù a piedi? Mica sono moribonda! Riesco ancora a camminare!!!”, “ No, sai è la prassi, devo portarti giù così”.
Mi catapulto sul letto, lui mi mette le coperte, tira su le sponde laterali (io credo di saper stare su un letto senza cadere…) ed iniziamo il viaggio verso la sala operatoria, tra gli sguardi dei vari parenti in visita ai malati, infermieri & co.
Arrivati in sala pre-operatoria capisco perchè mi abbia messo le sponde laterali, non era per proteggermi da eventuali cadute ma per le centinaia di botte che ha preso nel trasportarmi!!! Ripensandoci, se dovesse accadere di nuovo, mi porterò anche il casco del motorino.
Lì trovo i miei due amici chirurghi che iniziano a prendermi in giro, come al solito e a descrivermi l’operazione, ingigantendo tutti i vari passaggi. Ho un buon rapporto con loro, solo che il momento non è dei migliori e non mi viene tanto da ridere…
L’anestesista mi fa le domande di routine e mi comunica che, di lì a poco, mi avrebbe fatto una pre-anestesia. E così è stato.
MERAVIGLIOSA!!! Una sensazione fantastica! Vedevo il mondo intorno a me tutto ovattato, i suoni erano lontani e le persone quasi irreali. Mi ricordo che mi hanno legato sul tavolo operatorio e messo il braccio sinistro a mò di Gesù in croce e poi il buio più completo.
Quando mi sono svegliata ero di nuovo nella sala pre-operatoia e poi mi hanno riportato in camera e fatto una flebo con toradol. Verso le 19 mi hanno dimesso.
Dunque, sto bene, ovviamente non muovo il braccio destro, ma tanto io sono mancina ed ho una cannula che furiesce dall’ascella, ecco questa mi fa un pò schifo.
Fino a mercoledì questa sarà la mia condizione e poi si vedrà. e quindi vedremo.
Questa mattina mi sento decisamente meglio di ieri, il “braccino offeso” si muove un pochino di più e non ho tanto dolore.
Che dire?!?! Che non ne posso più di vivere negli ospedali? Che mi sono proprio rotta di questa situazione generale? Che è dall’otto agosto che sono sotto pressione? Che vorrei un pò di pace? Si, decisamente, sarebbe cosa gradita.
Ma, questa mattina mi viene da ridere, mi sento un pò più serena, con un pizzico di fatalismo in più e anche se sta per piovere, vedo Roma più luminosa.
“Passerà”, mi dico. Si, passerà.
Avevi dodici anni quando ti ho incontrato per la prima volta. Eri vivace, energico, un pò matto. Eri carino da morire, già a dodici anni, con quegli occhi così maliziosi, con la verve tipica toscana, con la parlantina vivace e tenera.
Chicco, così ti chiamavamo tutti, ed eri proprio un chicco, una cosa piccola ma viva e tenera.
Sono passati gli anni e sei stato sempre anche sotto la mia ala. Tu eri tu, e bisognava prenderti per quello che eri, nel vero senso del termine. Vivace, estroverso, attaccabrighe, bisognoso di certezze, di essere idolatrato, sempre alla ricerca dell’applauso degli altri. Bravo nel tuo lavoro, eccezionale e virtuoso, caparbio ed insistente, egocentrico e timido.
Sempre alla ricerca di amori, di momenti particolari, di emozioni del momento, della bellezza, della vita.
Eri così, sempre vestito alla moda, sempre alla ricerca del particolare. ricordo quanto ti ho preso in giro per il cappellino e la felpa rosa di playboy…
Ieri mattina mi è arrivata una telefonata. “Ho una bruttissima notizia, Federico è morto”. “Come morto? Che significa?” “E’ morto, miciastra, è morto per un attacco fulminante di leucemia”.
Silenzio. Sgomento. Dolore.
Ecco quello che ho provato.”Ma come? Domenica era ad Olbia a giocare…”
Chiamo gli amici in comune. Chiamo Stefano. “Si è sentito male, non ha giocato e Daniele lo ha riportato ad Arezzo.
Aveva la febbre alta, stava davvero male. I medici dicevano che aveva la polmonite. Poi hanno detto che era leucemia, ma quella devastante, quella che non perdona”.
E non ha perdonato.
Mi mancherà quella felpa, mi mancherà quel sorriso spavaldo, mi mancherà la tua parlata, mi mancherà la tua ironia, mi mancherai tanto e per sempre.
Domani verrò ad Arezzo, al tuo funerale, sarò lì come tante altre persone ma sappi che non piangerò, non voglio farlo, ti guarderò e vedrò un campo da tennis e te che giochi, battagliero come sempre, allegro, vivace e vivo più che mai.
Mi spiace, Chicco, Fede, mi spiace tanto perchè non rivedrò più i tuoi occhi, la tua bella faccia e non ci racconteremo più tante cose. E’ finita. Finito tutto.
Morire a ventotto anni è veramente assurdo. E mi fa incazzare. E mi fa intristire. E mi fa veramente incazzare.
Ciao Chicco, ciao Fede, non ti dimenticherò mai e mentre ti dico tutto questo, una rabbia assurda mi avvolge e mi fa stare ancora più male.
Serata “break” in questa mia vita così tanto frenetica e triste.
Giornata dalle otto alle quattordici al lavoro, convulsioni varie anche perchè ho preso il lavoro di una mia collega che hanno, momentaneamente, spostato in altro settore. Esco al e volo a vado a “Portuense” che per chi è di Roma è un viaggio dal “Flaminio”, soprattutto a quest’ora. Devo parlare con l’assicuratore per la polizza di mia mamma e lasciargli otto chili di documentazione per il risarcimento.
Oltre a ciò, c’è che la sua assicurazione è scaduta il diciotto di ottobre e, avendo compiuto i settantacinque anni, la polizza è scaduta del tutto. Ho saputo, da ricerche approfondite, che normalmente le compagnie assicurative prorogano tale polizza di un anno, specialmente se, nel passato, il cliente non ha ” mai dato alcun disturbo”. Ma sembra che non sia questo il caso. Ora, io ho un carattere di merda ed odio profondamente le ingiustizie. Ho già litigato con tutta la sede centrale di Milano dell’Assitalia e non intendo fermarmi qui. Non posso proprio perchè è un sopruso vero e proprio. Se necessario, andrò a Milano a litigare direttamente con loro e, qualora non bastasse, porterò questo caso al Costanzo Show, anche se non sono molto in linea con la “gestione” di certe cose. Ma non mi fermerò. Io lo so.
Dopo un’ora e mezza a codificare carte, permessi, autorizzazioni, fatture, pagamenti cronologia degli eventi ed aperture di “sinistri” [si chiamano così], esco tumefatta e mi immetto in un traffico terrificante con un mal di testa da oscar.
Attraverso di nuovo Roma e torno sotto casa. Ho bisogno di andare dal parruchiere. Io odio andarci, preferisco passare il pomeriggio dal ferramenta [che, tra l'altro, amo profondamente]. Lo faccio solo quando la situazione è già degenerata ed ora sono alla frutta vera, ho i capelli incolti, con tristissime frezze un pò bianche ed una lunghezza che evoca l’età della pietra. Non so perchè, ma normalmente appena mi mettono la tinta, mi viene l’istinto irrefrenabile di scappare via, così come mi trovo. E’ da sempre stato così e non so cosa farci. Per cui, quando decido di andare dal parrucchiere è un pò come per gli altri l’andare dal dentista.
Dopo la litigata colossale con il mio parrucchiere di sempre, che mi ha fatto attendere due ore e quindici minuti per una piega, oggi mi definisco una donna libera e, poichè da una settimana di fronte a casa mia hanno aperto un centro del genere, oltretutto con un nome che attira l’attenzione dei più “il posto delle streghe”, mi decido ed entro. C’è solamente una cliente. Esordisco in maniera carina, credo: “Buonasera, io vorrei essere la vostra prossima potenziale cliente affezionata…”. Il gelo. Il proprietario si erge da una poltrona e mi dice: “non questa sera, sa… aspettiamo una cliente fra poco… possiamo fare domani alle due e trenta”. Prendo l’appuntamento per domani. Appena uscita, realizzo che questo tipo è un coglione, che non ha capito un cazzo delle forme base del marketing e che, se mi girerà il culo, domani non verrò in questo cazzo di posto.
Decido di andare da mia madre, col tristissimo pensiero che oggi posso ancora decidere di farlo. La trovo proprio giù di morale, molto triste, affaticata e depressa. Le faccio l’iniezione giornaliera di eparina, la carico di tutti i miei problemi, quasi a volerle far dimenticare i suoi, preparo la cena per lei e suo marito e poi torno a casa. Doccia necessaria con lavaggio dei capelli che, essendo lunghi otto chilometri, richiedono cure su cure.
Stasera esco, sono stanca ma esco, vorrei sprofondare nel letto ma esco perchè devo respirare.
IM è con me, come sempre, a volte silente, a volte troppo loquace nel senso che dice cazzate vere e poichè sta per cambiare casa, va in tilt e ripete le cose ottocento volte e mi avvolge di cazzate. Ma è fatto così. Certo, oggi l’ho bloccato tre o quattro volte perche l’arteriosclerosi l’attendiamo pià tardi ma lui è lui e me lo devo prendere così com’è, un amico vero. Decidiamo di comprare la cena da Mc Donald’s, proprio per non faticare ulteriormente.
Arrivamo a casa sua, lui si doccia ed io vago un pò sui blog, poi cena e flim.
Ora io scrivo sul suo pc e lui mi sta selezionando musica che mi fa bene al cuore.
Un piccolo break in questa mia vita così tormentata.
Grazie, amico mio.
Questa canzone la inserisco perchè mi piace da matti.
E qui le lyrics.
Come sono io?
Come sono io oggi?
Come reagisco alle cose della vita, alle relazioni, ai rapporti con la gente?
Sono una sognatrice. O meglio, lo sono stata per tanto tempo.
Accidenti quanto ho sognato in passato! Ho il senso della giustizia sproporzionato al peso del mio corpo. Troppo, forse. O forse no.
Ho sempre ricercato l’unicità delle cose, il nucleo, il fulcro, il centro… insomma, sempre alla ricerca del perchè e per come, andando nel profondo anche nelle cose superflue.
Sono una che non sta zitta mai, che dice sempre quello che pensa e questo mio aspetto mi ha creato spesso problemi notevoli.
Ho iniziato vivendo di eccessi perchè ero viziata, perchè non avevo problemi, perchè pensavo di potermelo permettere. Ho passato periodi in cui non uscivo di casa se non avevo le scarpe di Gucci ed il motorino del momento o il gioiello alla moda. Andavo tutte le domeniche a messa perchè era una cosa chic e poi a prendere l’aperitivo con gli amici. Ho preteso vacanze a Cortina, estati in Sardegna, rigorosamente in barca e rigorosamente tra Porto Cervo e Porto Rotondo, avevo insegnanti privati d’inglese, e francese, facevo la bella vita, quella spensierata.
Poi ho cominciato a mettere in moto il cervello e mi è nato un grande ideale politico che mi ha portato a vivere situazioni anche piuttosto spiacevoli, dalle botte agli attacchi del partito opposto al mio.
Ero lì, quel giorno quando Giorgiana Masi è stata ammazzata, ho abbracciato il femminismo quando ancora non era una moda o solo un modo di dire come oggi ed ho preso anche parecchi schiaffi. Mi sono trovata in situazioni che oggi definisco estremamente pericolose ma che, all’epoca, affrontavo con una determinazione e sicurezza che oggi non ritrovo più.
Ero sicura di spaccare il mondo, ho studiato tre lingue per abbattere certe barriere, sono andata a studiare a Londra e mi sono persa nelle droghe, ho abbracciato il mondo di Saffo, senza pregiudizi, ho vissuto nei manicomi con i matti, quelli giudicati pericolosi, ho schivato coltellate da loro, ho toccato i malati di aids quando si gridava ancora all’untore, ho visto amici morire per un buco di troppo, altri per il loro non saper stare al mondo ed altri ancora schiantati sulle strade.
Ho vissuto il mondo della notte, ho lavorato nei locali notturni, ho assistito a scene inenarrabili, ho visto sodomizzare ragazzi inesperti che si affacciavano nel mondo omosessuale, ho buttato nella tazza del cesso bottigliette piene di cocaina che stavano distruggendo persone che amavo profondamente.
Sono andata a lavorare in America, in Francia e poi in Giappone, ho vissuto in Tahilandia ed in Australia. Ho toccato con mano tante realtà, ho cercato sempre di vivere al 100% tutto quello che la vita mi presentava.
Ho salutato la mia famiglia a 19 anni, così tanto borghese, così tanto lontana da quello che io ricercavo e sono andata via una notte di un 25 ottobre di tanto tempo fa con solamente un paio di stivali in mano e 500 mila lire, senza un lavoro ed una casa dove dormire. Ho trovato tre lavori, ho faticato tanto. Ho trovato persone handicappate che mi hanno insegnato a vivere la diversità dall’altra parte della barricata. Ho spaziato, ho respirato, ho esagerato, sono andata oltre. Ho conosciuto un uomo che mi ha rovinato la vita, ho dovuto abortire un figlio che oggi sarebbe maggiorenne e che mi manca sempre di più, anche se non l’ho conosciuto. Ho convissuto con la morte accanto, con un uomo condannato da una malattia a soli 27 anni, assistendolo giorno per giorno, ho dovuto assistere alla decisione di mio padre di non proseguire la sua vita, ho visto crollare la mia famiglia poco a poco, ho affrontato il mio tumore al seno come un’amazzone, temeraria, con la volontà di farcela e sicura di farcela anche se vedevo il mondo tutto grigio, sono stata cinque mesi a letto con anca a costole rotte per uno stronzo che mi ha preso con la macchina passando con il semaforo rosso.
Malgrado questo, ho sempre lottato, tanto, con insistenza, con la voglia di andare avanti, con un’energia che mi veniva da dentro.
Ho incontrato tanti uomini nel mio percorso, ho sbagliato tante volte, ho spesso confuso i mio bisogno d’amore con i sesso sterile, rimanendo sempre in ginocchio e soffrendo nel profondo
Poi ho sposato un uomo sbagliato che non ha capito nulla di me, un uomo tanto carino e talmente tanto gentile che è diventato come un fratello per me, ma di fatto non lo è.
Ho voluto un figlio, in questa mia vita così particolare, quasi a voler mettere un punto fermo al vagabondare della mia anima.
Ed oggi lui è la mia ragione di vita, è il mio cuore che batte, è la mia gioia, la mia linfa vitale,
Ma so benissimo che lui non è me, che è una persona diversa da me ed io rimango sempre io.
Ho vissuto tanto e, per l’età che ho, anche troppo. E penso che tutto questo avrebbe dovuto fortificarmi, crearmi una certa scorza, darmi una certa energia vitale e saggezza…
Domani mia madre deve fare la tac total body con mezzo di contrasto per vedere se, come e dove le eventuali metastasi si sono posizionate ed io non so proprio come affrontare tutto questo.
E’ proprio vero che l’esperienza non conta un cazzo.
Ma questa notte me lo chiedo, come sono io? Chi sono io? E come faccio a resistere?
E’ una notte veramente buia in cui io non mi ritrovo, vacillo e ricerco l’amazzone che ho sempre pensato di essere. Ma no la trovo più.
Ed ho paura.